Proiezione di un sasso ho ricercato le basi
cartonate di una piega che macchia la pelle
pensando ad un gilet scritto dai calmi quadri
incrociati.
Esiste quasi da ieri il mio Giove, sulla mia testa
affinché ancora non si presentì più l'alterazione.
Flussi scrittori mancati
una scrittura tranquilla, scorta in uno scorrere di
fili colorati.
Si notano chiarezza, apparsa tranquillità
giocherellare con le labbra, le pantofole come
simmetria del gioco della noia
segue la ripetizione, quale tensione del sempre;
è strappato da un pollice esterno alle pieghe
della mano.
Si sussegue la domanda e scompaiono i foderi delle tavole
mentre ancora mi coinvolgono i riflessi di uno
splendido piano dipinto a fantasia e
grovigli d'edera.
......Sale l'odore dell'inchiostro
i petali, gli aghi.
......Il tempo non ha ospiti aperti e rilassati
e tantomeno degli stivali.
......Il grigio sussiste e manca il dipinto
bottoni nelle mie palpebre sganciate a forza
di susseguire.
......Il grigio della nebbia è apparso in una strada
sembra un orizzonte tra i pini in un mattino
di capelli arricciati.
Piovra morta nell'avvolgere e stringere aghi di spilla.
Non presento concordanza tra aghi e nervosismo.
Parlami terra, fammi sentire la tua voce di Rossella Valentino
I
L'ultima bellezza, una colazione tra le vergini.
Le capre tra le viti, e la primavera è un sisma,
gemere e fuggire l'uva bianca. Togliermi la multiformità,
e l'esperimento celestiale di cercare la morte.
ò esclamazione sanguinante; è quasi trappola,
il modo latteo dei sospiri.
Mi siedo a cenare anche se non ceno,
comincio col leccarmi le ginocchia, poi mi mangio.
II
Sono seduta di fronte a mia madre.
Ha gli occhi arrossati, è stata dal medico.
Lì le hanno detto che è morto.
Aveva 55 anni, era dolce e lento. Sorrideva spesso.
Mentre lei parla continuo a mangiare la mia insalata
come arriva l'inverno tra un boccone e l'altro.
“Dove sta andando?”, chiede la portinaia.
La donna anziana pensa “ma come, non mi riconosce più?”,
e risponde: “Dal dottore”.
“Il dottore non c'è più, ci ha lasciati il 7 settembre”.
Si chiamava Stefano. E la pioggia trancia il fatto.
L'acqua, la goccia, l'ombrello grande.
La mamma torna a casa violetta.
Quasi s'incappuccia; il vento ringhia, il suo pensiero
suona bruno, pazzo, cadendo
la vela gialla è lampo.
*
Voi non cercate il centro!
Lo segnate il centro? No!
Cercate un albero, un palo, una pietra!
(Pasolini, Medea agli Argonauti)
III
Quale parte di questo corpo recita la mia scrittura?
Dove trovare le radici? Nella connivenza tra la semplice
confessione e lo scompiglio dei nervi? Nel sesso che rompe
le cuciture tra dita e ghiandole. Nelle mani da puledra,
nei capelli a cinghia quando legati (e stridenti, meticci
di giorno - nelle zone nere del sole)?
Lontano dal mondo e vicino alle labbra la cui presenza
dice presenza dei bordi scuri?
Il credibile rende impossibile una divisione qualunque.
L'incredibile scinde il perpetuo della voce, il centimetro
di pelle è passione, la cute intera è cocaina;
la memoria di un viso è trasformazione.
Solo pelle nella scrittura: tutti i giorni fa, e tutte le ore.
Non la vedo, mi riparo nella donna che fuma.
La predizione è una prospettiva nella direzione dei testimoni.
La terra abbaglia, ha lame fini da radere o da taglio,
è la figurazione di maggio.
IV
E quando dico divisione
intendo la sezione dei movimenti, quelli fermi senza energia
e quelli della voce modulata per dire “non lo so”.
E quelli che affiorano tra un orecchino e un lobo.
Un diamante – fermo – nella gola
e il vento che s'abbatte sui marinai
e sulla loro avventura quando videro i cavalli
scivolare lungo una costa di anice, profumata,
e poi intrattenersi alti, speronati dall'aria.
Incredibile la carne viola delle promesse,
io l'ho sentita pronunciare dio e le sirene
proprio nella pelle senza inchiostro
quella dove la scrittura si strappa
come un idolo ribelle
e l'erotismo scompare dalla scena.
Il mio assassino fa una pausa per guardarsi nello
specchio, un istante nella sua divisione.
Sia benedetto l'assassino
la cui passione ci dividerà.
V
Il bambino vomita sempre quando non mangia da molto tempo.
Bisogna strofinargli le tempie e le mani con sale e aceto e mettergli un panno caldo di lana sullo stomaco. Il fuoco gli arde vicino adesso che riposa.
Il fumo risale verso il tetto, tremolante.
La cenere ricade sui capelli biondi, il rosmarino nella bocca onesta.
Chiede di andare da barca, gli piacciono le barche che attraversano il fiume.
I vecchi lenti, dall'odore, dalle ondulazioni. Il pontile sporco e umido. È quasi mattina e il sole scalda già il legno. La barca trascorre sul fiume in direzione di casa.
Grilli, tacete
edera, arresta i tuoi grovigli
deserto lontano, ghiacciati
grandiosità cadenti, sospendetevi
acqua, smetti di ispezionare terre e cose
frutta, divieni resina.
Parlami terra, fammi sentire la tua voce. Adesso che i miei piedi non poggiano, ora che ti guardo con la distanza del reale. Essere contro essere.
VI
Quale parte di questo mio corpo nasconde la scrittura?
Un inguine roseamente balenato.
La miniatura delle ciglia increspate.
La bocca aperta in una forma onesta,
o la quiete che mi unisce le labbra, il suono dolce
del sonno?
Le streghe hanno fame, dice la mia amica Jolanda,
anche mentre il suo cane muore e noi siamo riunite sulla montagna,
conniventi e ciecamente i corpi si sviluppano l'uno nell'altro.
Lo dico come esempio di roccia o di matrice,
come la virilità del giovane cugino che è sempre il primo pompino
della nostra vita,
e come la marea di fede in primavera che diventa fango crudele
o macilento, alle volte. E così seppelliamo il cane nel fango
e adesso calmati, mettiti di profilo, monologa teneramente.
Parlaci terra, facci sentire la tua voce.
Tutto quello che abbiamo vissuto si sovrappone in un
breve momento di dolore. Siamo scosse e corriamo, ma
senza cercare poiché a tutto si deve arrivare adesso.
Queste donne non abbiamo più tempo di andare,
il ritmo è accelerato, sedute ai due lati di un piccolo tavolo.
Stare ferme o muoversi? Divergiamo sempre nelle risposte.
VII
Grido.
Grido con cose che sono avvenute nel mondo.
Ho dimenticato gli slip nella valigia di un uomo ubriaco.
Che dirà domani? Qualcosa inventerà, il giovane biondo.
La musica della vita è colorata, si gira caldo nella propria
colazione, osserva il suolo pensieroso, fa un discorso basso
allo sconosciuto che commenta le cose che sono
avvenute nel mondo.
Mi disamo; aveva mani piccole, eppure mi sono lasciata toccare.
VIII
Senza la conoscenza, sono un'infermiera russa.
Moralmente è necessario.
IX
“Ma come è morto, mamma?”
“Aveva un cancro, ma sembrava migliorato. E comunque, appena
una settimana fa era, come al solito, a far visite”.
“Non pensiamoci più mamma, smetti di piangere adesso”
“E' un dispiacere vero”
“Lo so”
“Che pensi?”
“Non so. Sembra tutto così etereo”.
The dead are always looking down on us, they say,
while we are putting on our shoes or making a sandwich,
they are looking down
through the glass-bottom boats of heaven,
as they row themselves slowly through eternity.
They watch the tops of our heads moving below on earth,
end when we lie down in a field or on a couch,
drugged perhaps by the hum of a warm afternoon,
they think we are looking back at them,
which makes them lift their oars
and fall silent and wait,
like parents,
for us to close our eyes.
I Morti
I morti guardano sempre in giù, verso di noi, si dice,
mentre ci mettiamo le scarpe o prepariamo un panino,
guardano in giù
attraverso le navi dal fondo di vetro del paradiso,
mentre remano lentamente attraverso l’eternità.
Guardano le cime delle nostre teste che si muovono giù sulla terra,
e quando ci sdraiamo in un campo o sul divano,
magari storditi dal ronzio di un caldo pomeriggio,
pensano che anche noi li stiamo guardando,
e allora sollevano i remi
e tacciono e aspettano,
come dei genitori,
fino a quando chiudiamo gli occhi.
Gli disse. Guardi che. Potrei morire. Ho gallerie di specchi, un cuore che si schiaccia. Guardi. Per far di me strage vietata, senza storia, una reggia usurpata, slegata dalla ruota, basta una minuscola barbarie. A recitar delitti si raccolgono tribù di spettri sfitti. Gli disse. Non è poi scherzo curioso, il vizio d’ascoltarmi, la sua gentile mano appoggiata, radunata a questo mio schienale. Ascolti, mi fa male, il trucco morgano, l’iride che spiega l’anarchia. Mia. Mi guardi, signor Grandagonia. Mi faccia un paragone, un sunto cocciuto di chi è sopravvissuto. Mi spiace, ripassi la chimica vergogna, la china umiliazione. Confidi che sono lazzaretti, le pietre di confetti. Che osservo. Con servo.
gli uomini escono dalle gambe per incontrare le pietre
pensò la fanciulla
il sorriso e le cerca
ma poiché lo squilibrio muove sole di barca da muro a muro
le restò il cortile
io ero già in chiasso di chiusura
i passi o il suo fischio tremendo nell’azzeramento
oltrepassarla con un po’ di sabbia
e bello il cuore la gonfiata d’acqua
non dà sorgente di sorta
allora
piano il libro che viene
nacquero in tasca
i vecchi parlano
prima
ma cosa vai nello stile
non è un occhio di bastone né la musica
esultando
finestre infine
o quando aria per descrivere al mignolo
se per lui il poeta sono sfebbrate
la mente in cui la pioggia per sempre per la strada
avanzerà in un gatto in un bel male
Ivano Fermini, da Nati Incendio, Milano, Polena, s.d. [1990]
GLI STATI UNITI DELLE AMERICHE SELEZIONATE DA VOGUE - di Chiara Araldi
Gli stati uniti delle americhe selezionate da vogue
Rifiutano l’estradizione di un tedesco basso e tarchiato
Di nome Vivaldi e tutti noi insieme scuotiamo il capo con
Convinzione ma
Senza aspettarci grandi risultati, nemmeno dalla cosa dell’El.Si.
Alla fine un buco nel mare
O un uragano su New Orleans e il corpo di una pugliese qualsiasi
Che naviga da dieci anni lungo il Mississipi basso e fangoso
Producendo indirettamente l’affrancamento da qualsiasi morale ragionevole
O dignità della nostra televisione unificata.
Dall’Hostaria di fronte, un’unica insegna verde lampeggiante
E un banco per appoggiare i bicchieri sporchi, lanna litiga colfabio
Lanciando accuse in ultrasuoni di stupri di cui a conoscenza è ormai
La veronetta intera
E qualche senegalese sorride sotto il costume nazionale.
Inviati dell’istituto truce riprendono tutto in direttissima
Per tramandare ai posteri almeno uno straccio di prova non contraffatta
Da qualche penalista senza scrupoli
E proprio dietro l’angolo io sorrido
Al solito ladro di biciclette e tutto quello di cui ho bisogno
È un bel paio di analisi del sangue e una pet
Che mostri in controluce gli organi miei interni e profondissimi.
C’è una radiografia dei miei seni paranasali appesa
Allo specchio del bagno.
Dall’interno è l’unico modo che ho di sopportarmi.
Due ragazzi in mutande giocano a dadi su un balcone
E mi tornano in mente le mani di mia sorella
E una canzone d’amore tragico e tormentato che
Cantavamo insieme e con trasporto
E i miei genitori seduti davanti
Li si poteva sentire sorridere
Con leggero profumo di denti scoperti.
Che cos’è che cambia la percezione,
che cosa ci fa invidiare la calma astuta delle rane
in un fosso se non
tutta questa insofferenza
e la ricerca
perpetua e donabbondiana delle soluzioni
cucinabili a microonde degli oroscopi delle sette
col giornale sporcato al centro dal negativo della tazzina del caffè
e un biscotto masticato in fretta mentre scendi le scale
da qualche parte un tiglio divorzia con le sue prime foglie
ti ho aspettato sai lungo tutta la spina dell’estate
ed eccolo qui
Settembre
e il magico rigurgitarsi delle stagioni ma non eravamo pronti
e nello scatto essenziale siamo venuti sfocati
le mie mani di mezzometro infilate nella tua gola
e tutto quello che di molle ed umido possiedi
a colorarmi le labbra
hai alzato un sopracciglio e tirato le tende
e come per non dimenticarmi
mi hai legato alla cintura.
Eppure quando mi alzo in piedi
S’impolvera il sole
E i campi di grano chinano il capo
Per augurarmi la buonanotte.
In cosa manco
Dimmi
Con quale mano ancora ti permetti
Di pretendere.
Non per allarmarti
Ma è proprio un colpo
Apoplettico
Quel dolore alla spalla sinistra.
E te lo sto augurando da supergiù tremila lune.
Ma la vendemmia sarà ottima hanno detto, ci ha pensato il
Col.Mar.Scaccialupi a consolidare il Franciacorta che ben si sa
Ha bisogno di acidità più che di carezze
E tutti noi pollicini che lasciamo cadere sotto i piedi
pezzi di anima per non sbagliare
La via del ritorno non riusciamo nemmeno a considerare
La fatica di un marciapiede
E la sua mente altrove.
camicia viola di flanella, jeans lavati,
triste anche quando sorrido,
a casa fra fra il letto e il foglio di carta-
tutte le ragazze storcono la bocca,
stare a letto non basta a fare l'amore-
acqua e capelli scorrono fino alla luna
finestra finestra dei miei desideri,
sono o non sono quello con ancora i vestiti addosso,
i gomiti bagnati per un lavandino difettoso
oppure nudo per il motivo sbagliato-
solo gli stupidi come me
hanno rimpianti simili a distanza di una vita
la lettrice ripete nel nastro magnetico
le prime quattro lezioni di cinese
ridendo alla stranezza
di una lingua monosillabica
io non faccio altro
che preferire le ragazze vestite,
io non posso avere bambini
io posso scrivere bambine sole
le labbra delle ragazze sono insapori
mi viene in mente di scriverlo qui
perché lei una volta finse di essere frigida,
mi rendo conto che è una scusa per parlare di lei,
per l'ennesima volta Santa, scopata senza Desiderio
su un letto di nuovo vestita
labbra poco baciate prima di me-
è successo dopo che per strada
sua sorella mi sorrideva, sbagliandosi-
non sono il tuo ragazzo è la frase più antipatica,
quasi quanto dire sono solo
per poi stare zitto, un gioco sporco,
paranoia del grande amore finito-
io non sono sufficiente alla poesia
posso essere l'affascinante Qualcun Altro
parlando di emozione e freddezza alla sua
figura che respira accanto al letto, arrossita
di blu al riflesso della televisione
vuota in qualunque lingua il telefono
squilli accanto al letto, ragazza
non far mai finire di venire i ragazzi
per alzarti e rispondere questa è la storia della tristezza,
voce in una segreteria telefonica di *******
"ciao amore, sono alta, bella e bionda,
ricevo tutti i giorni dalle ore undici alle..."
cielo livido, passanti contro un muro
ombrelli scuri lampi sul terrazzo nella pupilla- addio P.
"io rifiuto per il mio puro amore"- e allora rivederla
nel corso degli anni, ancora oggi gelida,
per colpa di quella volta che ci sorprese la sua amica
col mal di testa per le mestruazioni
aveva aperto la porta per domandare il perché-
la poesia spedisce foto pornografiche a se stessa
la mia faccia è la faccia dello stesso ragazzo
capelli ravviati con una mano a Stoccolma
come a Nizza infastidito dal traffico
non posso sperare di incontrare per strada Asako ragazzina
con la frangia liscia sulla fronte,
scopata per sempre in fondo al corridoio
al terzo piano mentre sotto il letto, il pavimento-
il mistero del suono dell'acqua nelle tubature-
chi se ne ricordava di stare seduti sul letto a baciarsi,
maniche di camicia arrotolate con la porta aperta-
la tenerezza del sesso un punto bianco nella pioggia fredda,
la faccia di lei, fascino impallidito quando entrò l'ultima sera
prima di chiedere di essere svegliata alle 4
entrò sorridente e finse di fare un passo di danza-
la bellezza è strana, ma perduta, e G. incinta
ma solo nella fantasia- la sua ****
aveva un cattivo odore che faceva rivoltare lo stomaco,
tristezza tristezza lavastoviglie accesa sul programma sparizione
com'è che sono finito qui e da dove volevo cominciare
di nuovo da Minako troppo triste per essere letta
"io sto bene, faccio una passeggiata"
ho pianto nel sogno- a colori-
lei con un ciondolino al collo, era un cuore-
mi insegnava parole come passeggiata,
mela, elefante, gatto-
le ragazze continuano a farsi toccare,
a provarci nei bagni di piano in piano
questo accade in altri corpi
-comunicazioni sono interrotte-
io le Dolls di Kitano e niente sul cuscino
"buonanotte Francesco e piccola neko"
tutti i gradini della scala risalgono all'indietro
scrivendo un tema intitolato Perché mi piace Dicembre
"ho freddo, non andiamo fuori"
non è vero il sesso nella distanza nel tempo-
Patricia non chiamerà più un telefono nelle tasche
bucate del sogno, il numero è rimasto lo stesso
composto attraverso satelliti silenziosi
sparsi lungo l'orbita terrestre da qui a casa per 50 km
Abita qui ancora in subaffitto quel tale che una sera d'agosto che il cielo era basso lì lì per cadere spiovendo nei bicchieri succhiati, nei fossi, e che diceva: "la civiltà è un paradosso, e basta"?
amarezza e confusione producendo indicibili sul tavolo dei registri battesimali, aveva avariato vagamente i suoi cognomi e i connotati;
e pochi conoscevano a fondo la carnale profondità delle sue parole colorate dall'ignoranza, e io l'ho in mente ancora dopo tanto moto di anni, e fino
ricordo il dondolo della pallina di vetro nel collo della gazosa, un verde smerigliato, chiaro: era un uomo che aveva sete di gazose e squinzani
la sera del sabato di agosto che il cielo mollo mollo era basso e faceva un soffoco tremendo, un grande vomito, anche a tirar su le maniche di albene fino al gomito:
quel tale che andava misurando la piazza nel vortice tenero viola delle case lì intorno con la corda d'attaccare il bucato la moglie, e contare così su per giù i salari, e le sere cadute nel volo delle sere...
e io per me mi tengo in mente la mimosa estasiata nel giardino della canonica, che mugolava vedendosi nell'orlo del fossato tremare e la vasca solitaria abitata dal freschetto, i fiori blu accesi del salnitro in fondo alla cisterna; il rubinetto:
ora, in segreto, alla rinfusa, il vino degli uomini fermenta per una sera estrema in cui le trombe alte in mezzo al rosso parapiglia sveglieranno gli ignoti e il rimorso delle opere inutili;
così che quando uno adesso si addormenta nel mugghio invernale che odora, con in bocca noccioli di prugne o liquerizia o cicca americana, senza aver finito di guardare la sevizia
degli affitti, una forbice arrotata gli branca la rotella del ginocchio, e tric, un taglio, o questa cartilagine qui all'orecchio.
Ma lui non ha potuto sentir bene quella volta che venivo a bussare alla sua porta perché il tuono di tutta l'Europa confondeva e cieli e piazze e giardinaggi senza pietà,
mi bagnava le nocche, e il vento urlando saltava qua e là come una bestiola disperata, e io dovevo scappare alla svelta per paura
di restar lì come quello dei fichi a prendere ancora la pioggia e tuono, e altro, dentro le giunture o i buchi o nei poveri stracci del polmone... E di là dalla porta
venivano bocconi di una musica imprecisa, danneggiatissima, dietro le spalle le montagne stavano per spegnersi e sparire, e dovevo andar via, e tu dirai:
"beh, ma che c'entra tutto questo?"; eh, se c'entra!
Perché insieme io e lui noi due andare potremmo a trar respiro dalla grigia profondità delle nazioni e delle terre altrui, e ormai di tutti, ad annusare il fiato
nella filitura che connette notte e giorno; del filo d'erba che vuoi crescere sollevando il pietrame che lo pigia; o qualche cosa di più grande ancora che vallate e prati e piazze e nazioni e cateratte: il temporale!
Finestra
ruggine
grata
fiori al balcone
traffico bloccato
ferme le macchine, tre camion tre piccoli camper
in giardino lampioncini – appliques abbinate con sapienza - gusti pastello per tatto e vista -
in giardino il gazebo – tavola apparecchiata,
tovaglie verdi - tovaglioli di carta
posate - lame volte all’interno
- Wir mochten unterstreichen, dass fur das Einzelzimmer kein Zuschlag berechnet wird –
apprende nel frattempo il filippino al telefono e ride,
ride come un matto il filippino Bin Boy, pronto alla ramazza,
fiero di infilzare foglie.
Il viaggio lo organizza bene.
Partenza ore uattro e uaranta ( Bin Boy non pronuncia la q)
Binbo preciso nel settaglio (Binbo non pronuncia la di – la sostituisce con la esse)
utilizza una sveglia di importazione, una
piccola sveglia rossa da puntare all’ora fissata
(ricontrollare prima di chiudere gli occhi per il sonno),
viaggio sirezione Berlino
curato nei minimi particolari
intende alberco (Binbo la gi proprio non riesce a dirla) prenotato
in camera sincola anzi
soppia uso sincola
il Sicnore seve stare comoso il Sicnore
è arrocante ai check in, Binbo preferisce, poiché capisce,
evitare imbarazzi ai secretari in turno
Binbo è un buono, Binbo capisce le cose.
******
Eccolo Binbo, appena sveglio, che lieve infila le pantofole rosa ereditate dalla cameriera polacca licenziata tre mesi prima
solo per la disattenzione di essersi dimenticata una platessa fresca al supermercato.
Eccolo, mentre si scrolla dalle spalle la vestaglia di seta, dote anch’essa dell’estera, e raggiunge la piccola cucina della dépendance.
Quando indossa i pantaloni da giardiniere, sono appena scoccate le sette e ventitré.
******
Il puff, consumato l’abituale rito del caffè, lo accoglie sbuffante.
******
Binbo è sguardosonno. Binbo è occhisabbia. Binbo è giornaletelevisione siglettaritmata notiziemeteo.
Binbo è deodorantetestato. Binbo è primapagina - giornale. Binbo è inchiostro sulle dita, puzza alle narici, voglia di vomitare. Binbo è mal di pancia.
Binbo troverà presto un lavoro a tempo indeterminato in una friggitoria di alcuni suoi parenti che stanno in Germania.
******
La valigia la prepara con dovuta perizia (si parla di massima cura nella scelta di calzini cravatte collo della camicia in perfette condizioni).
******
9.12
******
La conferma scritta la riceve via fax (la possiamo notare, carta intestata che scivola via dal comodino. C’è un marchio d’albergo che dice stella stellina stelletta).
Binbo mette gli occhiali da sole
******
10.42
******
Starnutisce.
******
Geneticamente parlando Binbo non certo bello Binbo non certo b (lo salva il bon ton. Ha bon ton da vendere. I modi, capite? Uno può anche versarti il caffè nella tazzina ma solo Binbo riesce a non far, di goccia versata, riflusso.
******
12.03
******
dov’eravamo, ah sì, Binbo non bello Binbo non (
******
Il pizzetto se lo era riuscito a far crescere all’età di ventiquattro anni. L’assenza di pelo sulle gote lo rendeva triste e difforme, si diceva difforme, da chiunque altro.
L’immagine di sé riflessa dallo specchio, quel sé glabro, liscio come, glabro insomma, lo faceva sentire triste e inutile.
Perché gli altri avevano barba e le basette lunghe e lui era liscio?
Perché gli altri facevano tardi, la mattina, per la rasatura e lui arrivava sempre presto e non c’era mai un cazzo di nessuno?
Perché gli altri scopavano e a lui toccava sempre di assomigliare a un bambino?
******
13.00
******
Il lavoro da inserviente, o per meglio dire, da maggiordomo, lo aveva trovato l’anno prima. Prendere servizio da questo ricco industriale senza figli, senza moglie, senza amanti ma con la barba, era stata un’occasione sfruttata bene.
Aveva saputo del licenziamento della cameriera polacca da un suo amico coreano, cugino in seconda del parrucchiere per dive “Eliano Shampoo d’oro”. Taglio e piega trentotto euro. La ricevuta te la faccio dopo (eventualmente è un problema se scrivo solo taglio?)
Il nuovo padrone lo aveva accolto bene. Piccola casetta attigua alla villa.
Pochi compiti ma molta applicazione e cortesia richieste.
900 euro più vitto e alloggio.
Non male.
******
14.24
******
Il pizzetto lo portava, fiero, da ormai sette anni.
Lo curava meticolosamente ogni mattina. Il set completo gli era arrivato direttamente dalla Malesia.
Il pizzetto era cresciuto nero, di un nero che nessuno aveva mai
Nero, insomma.
Un bel nero.
Quando gli era spuntato il primo pelo, verso i diciannove anni, si era sentito improvvisamente virile. Il primo filippino col pizzetto.
Ti rendi conto?
Per questo ed altri mille motivi non avrebbe accettato per nessuno motivo al mondo di tagliarlo.
Lui era il primo filippino col pizzetto.
Del resto, sticazzi.
******
15.00
******
Partenza direzione aeroporto. Puntualità Massima.
Lui il padrone seduto dietro, nella Jaguar con il frigobar pieno di noccioline.
Lui il filippino davanti. Mani salde sul volante. In due parole, splendente.
******
15.30
******
La barba assumeva una sfumatura rossiccia. Bisognava allora tagliarla corta, quasi che pungesse. Solo allora il nero tornava a lucidare il viso.
Era una battaglia settimanale. Il nero e il rosso.
La cosa che lo infastidiva, a lui il padrone, era la perdita di tempo. Era l’appuntamento. Era sapere che ogni sabato mattina avrebbe dovuto sfilare dall’astuccio il suo bel rasoio, posizionarlo su 1 e tagliare. Ecco. Questo. L’appuntamento.
******
16.00
******
Imbarco tutto ok.
******
15.35
******
Lasciato il Sicnore savanti al Terminal B.
Sbacliato il bivio. Presa sirezione mare.
Ora sono cazzi.
******
Era questo il motivo per cui non sopportava che il filippino sfoggiasse quel pizzetto nero.
Era stato questo il motivo scatenante del suo ordine, impartito senza troppa grazia, di tagliarselo senza discutere.
Era nero contro rosso.
Non poteva sopportarlo.
******
16.40
******
Decollo perfetto.
******
16.40 (uattro e uaranta)
******
Partito, il malesetto.
******
(Io il pizzettto non me lo taglio io il pizzetto me lo tengo me lo tengo me lo tengo).
******
19.48
******
Check in Hotel Continental di Berlino.
Doppia uso singola.
“La sveglia, Signore?”
“Magari la mettiamo dopo”.
“Bene, Signore”.
“La cena a che ora viene servita?”
“Diciannove e trenta, ventidue e trenta”.
“Sesto piano?”
“Prego. Ramil, cortesemente, prendi la valigia al Signore?”
******
19.53
******
Binbo, seduto sul puff, perso poi tornato ora dicevamo seduto. Sul puff.
Ride.
Ride e si liscia il pizzetto.
******
19.58
******
Ramil lo colpisce alle spalle.
Quando il signore cade, colto alla sprovvista, il cameriere filippino gli sbatte la testa sullo spigolo del comodino.
Quando muore le lancette dell’orologio segnano.
******
20.12
******
Bin Boy ride.
Il rosso e il nero di Flavio Toccafondi da www.karpos.org
(mia madre si sta spogliando
nella stanza accanto.
ma poi cosa decideranno le braccia?
una volta toccata terra. e gli zigomi?
e la chioma del pube? e le caviglie
pallidissime che spiegano le mie?
dovrei avvisarti com'è imprudente ricomporsi,
poi. esibirsi nella parola donna,
riseppellendoti nella mia vita)