A cura di Alessandro Ansuini e Silvia Molesini

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domenica, maggio 03, 2009


( senza titolo ) di Oboe Thomas Schneider


Proiezione di un sasso ho ricercato le basi
cartonate di una piega che macchia la pelle
pensando ad un gilet scritto dai calmi quadri
incrociati.
Esiste quasi da ieri il mio Giove, sulla mia testa
affinché ancora non si presentì più l'alterazione.
Flussi scrittori mancati
una scrittura tranquilla, scorta in uno scorrere di
fili colorati.
Si notano chiarezza, apparsa tranquillità
giocherellare con le labbra, le pantofole come
simmetria del gioco della noia
segue la ripetizione, quale tensione del sempre;
è strappato da un pollice esterno alle pieghe
della mano.
Si sussegue la domanda e scompaiono i foderi delle tavole
mentre ancora mi coinvolgono i riflessi di uno
splendido piano dipinto a fantasia e
grovigli d'edera.

......Sale l'odore dell'inchiostro
i petali, gli aghi.

......Il tempo non ha ospiti aperti e rilassati
e tantomeno degli stivali.

......Il grigio sussiste e manca il dipinto
bottoni nelle mie palpebre sganciate a forza
di susseguire.

......Il grigio della nebbia è apparso in una strada
sembra un orizzonte tra i pini in un mattino
di capelli arricciati.
Piovra morta nell'avvolgere e stringere aghi di spilla.
Non presento concordanza tra aghi e nervosismo.



Da  "Il ciclo delle pesche";  testo estratto da  Blanc de ta nuque

trascritto da molesini 02:49commenti

 

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sabato, dicembre 27, 2008


Parlami terra, fammi sentire la tua voce        di Rossella Valentino

 


I
L'ultima bellezza, una colazione tra le vergini.
Le capre tra le viti, e la primavera è un sisma,
gemere e fuggire l'uva bianca. Togliermi la multiformità,
e l'esperimento celestiale di cercare la morte.
ò esclamazione sanguinante; è quasi trappola,
il modo latteo dei sospiri.
Mi siedo a cenare anche se non ceno,
comincio col leccarmi le ginocchia, poi mi mangio.

II
Sono seduta di fronte a mia madre.
Ha gli occhi arrossati, è stata dal medico.
Lì le hanno detto che è morto.
Aveva 55 anni, era dolce e lento. Sorrideva spesso.

Mentre lei parla continuo a mangiare la mia insalata
come arriva l'inverno tra un boccone e l'altro.

“Dove sta andando?”, chiede la portinaia.
La donna anziana pensa “ma come, non mi riconosce più?”,
e risponde: “Dal dottore”.
“Il dottore non c'è più, ci ha lasciati il 7 settembre”.

Si chiamava Stefano. E la pioggia trancia il fatto.
L'acqua, la goccia, l'ombrello grande.
La mamma torna a casa violetta.
Quasi s'incappuccia; il vento ringhia, il suo pensiero
suona bruno, pazzo, cadendo
la vela gialla è lampo.

*

Voi non cercate il centro!
Lo segnate il centro? No!
Cercate un albero, un palo, una pietra!

(Pasolini, Medea agli Argonauti)

III
Quale parte di questo corpo recita la mia scrittura?
Dove trovare le radici? Nella connivenza tra la semplice
confessione e lo scompiglio dei nervi? Nel sesso che rompe
le cuciture tra dita e ghiandole. Nelle mani da puledra,
nei capelli a cinghia quando legati (e stridenti, meticci
di giorno - nelle zone nere del sole)?
Lontano dal mondo e vicino alle labbra la cui presenza
dice presenza dei bordi scuri?
Il credibile rende impossibile una divisione qualunque.
L'incredibile scinde il perpetuo della voce, il centimetro
di pelle è passione, la cute intera è cocaina;
la memoria di un viso è trasformazione.
Solo pelle nella scrittura: tutti i giorni fa, e tutte le ore.
Non la vedo, mi riparo nella donna che fuma.
La predizione è una prospettiva nella direzione dei testimoni.
La terra abbaglia, ha lame fini da radere o da taglio,
è la figurazione di maggio.

IV
E quando dico divisione
intendo la sezione dei movimenti, quelli fermi senza energia
e quelli della voce modulata per dire “non lo so”.
E quelli che affiorano tra un orecchino e un lobo.
Un diamante – fermo – nella gola
e il vento che s'abbatte sui marinai
e sulla loro avventura quando videro i cavalli
scivolare lungo una costa di anice, profumata,
e poi intrattenersi alti, speronati dall'aria.
Incredibile la carne viola delle promesse,
io l'ho sentita pronunciare dio e le sirene
proprio nella pelle senza inchiostro
quella dove la scrittura si strappa
come un idolo ribelle
e l'erotismo scompare dalla scena.
Il mio assassino fa una pausa per guardarsi nello
specchio, un istante nella sua divisione.
Sia benedetto l'assassino
la cui passione ci dividerà.

V
Il bambino vomita sempre quando non mangia da molto tempo.
Bisogna strofinargli le tempie e le mani con sale e aceto e mettergli un panno caldo di lana sullo stomaco. Il fuoco gli arde vicino adesso che riposa.
Il fumo risale verso il tetto, tremolante.
La cenere ricade sui capelli biondi, il rosmarino nella bocca onesta.
Chiede di andare da barca, gli piacciono le barche che attraversano il fiume.
I vecchi lenti, dall'odore, dalle ondulazioni. Il pontile sporco e umido. È quasi mattina e il sole scalda già il legno. La barca trascorre sul fiume in direzione di casa.
Grilli, tacete
edera, arresta i tuoi grovigli
deserto lontano, ghiacciati
grandiosità cadenti, sospendetevi
acqua, smetti di ispezionare terre e cose
frutta, divieni resina.
Parlami terra, fammi sentire la tua voce. Adesso che i miei piedi non poggiano, ora che ti guardo con la distanza del reale. Essere contro essere.


VI
Quale parte di questo mio corpo nasconde la scrittura?
Un inguine roseamente balenato.
La miniatura delle ciglia increspate.
La bocca aperta in una forma onesta,
o la quiete che mi unisce le labbra, il suono dolce
del sonno?
Le streghe hanno fame, dice la mia amica Jolanda,
anche mentre il suo cane muore e noi siamo riunite sulla montagna,
conniventi e ciecamente i corpi si sviluppano l'uno nell'altro.
Lo dico come esempio di roccia o di matrice,
come la virilità del giovane cugino che è sempre il primo pompino
della nostra vita,
e come la marea di fede in primavera che diventa fango crudele
o macilento, alle volte. E così seppelliamo il cane nel fango
e adesso calmati, mettiti di profilo, monologa teneramente.
Parlaci terra, facci sentire la tua voce.
Tutto quello che abbiamo vissuto si sovrappone in un
breve momento di dolore. Siamo scosse e corriamo, ma
senza cercare poiché a tutto si deve arrivare adesso.
Queste donne non abbiamo più tempo di andare,
il ritmo è accelerato, sedute ai due lati di un piccolo tavolo.
Stare ferme o muoversi? Divergiamo sempre nelle risposte.

VII
Grido.
Grido con cose che sono avvenute nel mondo.
Ho dimenticato gli slip nella valigia di un uomo ubriaco.
Che dirà domani? Qualcosa inventerà, il giovane biondo.
La musica della vita è colorata, si gira caldo nella propria
colazione, osserva il suolo pensieroso, fa un discorso basso
allo sconosciuto che commenta le cose che sono
avvenute nel mondo.
Mi disamo; aveva mani piccole, eppure mi sono lasciata toccare.

VIII
Senza la conoscenza, sono un'infermiera russa.
Moralmente è necessario.

IX
“Ma come è morto, mamma?”
“Aveva un cancro, ma sembrava migliorato. E comunque, appena
una settimana fa era, come al solito, a far visite”.
“Non pensiamoci più mamma, smetti di piangere adesso”
“E' un dispiacere vero”
“Lo so”
“Che pensi?”
“Non so. Sembra tutto così etereo”.

X

(Erwin Olaf)

 

dal sito di Rossella Valentino

trascritto da molesini 03:14commenti

 

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mercoledì, settembre 03, 2008

Perchè il poeta aveva chiesto a lei:
-   Mi rubi un pezzo?  di Francesco Forlani
 
E cominciare da fotografia
Con lui che è in piedi colla giacca
Sotto il braccio
-la macchina veloce colla portiera aperta-
e le strutture in ferro-i piedi-da cornice
i piedi della torre aperti a schiera
le più belle gambe nella ville lumière
 
Pablo è sul sedile dietro
A fare unico corso col suo sguardo
-    ma lei non fa finta di niente ed arrossisce-
guardiamo i ferri lucenti il clinamen lo sparo
diretto al cielo ed è da terra cielo
-come le sedie di vimini intrecciato-
a fil di terra e ad uno sputo dal fiume
 
è scena ripetuta polaroid di viaggi di nozze
peggio di studio di animoso andare
girovagare attrito scorza di buio
ma è il gelo del vento la maestosa stasi
-della volta che Silvia colla benda sul volto-
ma è il velo di gente di maestra estasi
e continuiamo
 
sai Pablo viene da dirmi sei come struttura
portante
capriccio di ferraglia cumulo di viti e lega
matematico corpo calcolo preciso
minuzioso mai arronzato improvvisato mai
ed io sono quel vuoto
-    tra le dita di acciaio che ti piegano a vita
schiacciano il pieno e solo sono l’aura-
che non ci fossero le luci sarei perduto
anche quando mi chiede lei che perdo un pezzo
al giorno
e che diventa voce vento impulso senza odore
anche quando mi invento la frase ad effetto
l’affetto d’istante e lontananza
e che mi recita in russo versi potenti
microrecits di eventi cento carezze
diminuisco in esperienza spengo la luce

(da RING)

trascritto da molesini 02:09commenti (1)

 

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venerdì, giugno 27, 2008

Odisseo - di Chiara Araldi
Questa sera ha il profumo della mia adolescenza
Bagnato di fumo e di pioggia di febbraio
Quando le cose assumono i colori più indegni
E le gravidanze sono solo una speranza chiusa
 Nei semi seppelliti
 
I miei ricordi sono tutti in bianco e in nero
Come una vecchia,
Come se fossi un platano di mille anni
A cui non rimangono che gli odori delle capre
E le vendemmie tardive,
Sangue fiocca dalle labbra come miele denso
E non per i pugni presi
Ma per mezzi figli, a decomporsi nel cotone.
 
C’è qualcosa di dolce, di terribile e dolce
Come la luce rossa che esplode nel mezzogiorno infuocato
Di un estate piovosa,
i temporali in lontananza che si congedano ed insieme
già stanno arrivando
con i tuoni forti che rompono il silenzio e spaventano le mucche
che spaventavano me prima che fossi qui
dove la violenza è un mezzo e non un’immagine in due dimensioni,
le montagne sbattono ruvide contro il cielo
e quando non franano
sorridono benigne
dalla nostra camera da letto.
 
Quando ero piccina mia nonna mi parlava di gente morta e forse
Mai esistita, di cantautori ciechi e di poeti con le lance
Di tracotanti e di dei
Ed io ascoltavo, spalancando i sensi.
Più di tutti il multiforme ingegno rimaneva incastonato nelle lenzuola
Di lino puro
Mentre sul soffitto della camera dove trent’anni prima sospirava mia madre
Vedevo le gesta contorcersi nei mari tumultuosi,
vedevo lui spalancato alla conoscenza e al mondo emerso,
vagare e vagare e vagare e solo ad intermittenza ricordarsi di lei,
sotto assedio, incastrata nelle sue trame di donna
ad aspettare.
Non per Ettore fedele e suicida, non per Achille palestrato e frocio,
non un sospiro per loro mai.
Ma per Ulisse.
 
Le rughe maschili del mio collo già incontravano la quarta di seno
e forse sapevo, già allora, che non avrei avuto scampo
riducendomi a scappare
scappare per sempre.
 
C’è un momento nella vita di ognuno,
un solido attimo di verità
in cui tutti scegliamo la nostra morte,
ed il destino da condurre prima di lei.
 
La mia matita è temperata
Sulla confusione dei sessi.
 
Quindi aspetto, sono sola e aspetto
Ti
Lontano, dove il cielo è solo un ritaglio tra i condomini
A parlare con bocche che non sono la mia
A guardare in occhi in cui non ti specchi
Ed ho cercato in fondo all’anima
Un posto che sia mio
Ed ovviamente ho trovato lei
Che non ha cuore
Ma respiri dalle viscere.
 
Cammino nella mia piccola
Casa vuota
Mentre i vestiti delle barbie dimenticati sul pavimento
Si incollano sotto le piante
Dei miei gelidi piedi silenziosi
Ho chiesto aiuto allo spirito di tutto
Ed è arrivato
Per ricordarci dell’antico adagio
“niente importa, fuori della domanda”
Io l’ho fatta e sono stata ascoltata
Da chi può capirmi, senza consolare.
 
Dalla finestra spalancata entra il freddo della notte
Che mi incorona la fronte come una speranza,
io
la regina delle madri insonni
che non ho tempo
ma lo spreco comunque.

trascritto da ansuini 01:23commenti (1)

 

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venerdì, maggio 23, 2008

 

storie di selina

 

impazzisco solo a pensare all'odore che devi avere in bocca la mattina

ma solo sfiorarti di maniche e lembi
questo
è il filo del rasoio

cos'è questa confusione, eppure
io l'ho cercata

a spanne e detrazioni
accarezzando la polvere sotto le sedie

stendendomi l'acqua sul viso
aspettandomi i tuoi capelli ad asciugarlo

ora spiegami, selina, che più non comprendo,
il ponte fra le cose

che parte da me e lo vedo che a te arriva
ma se lo percorro non ha capo

spiegami la rottura degli eventi luminosi
che quando accendo la luce sei solo dentro la mia retina

spiegami cosa possiedo
se scrivo solo perchè non ti ho
e se ti ho sono una poesia che greta scrive

 

 

Greta Rosso

trascritto da molesini 00:38commenti (3)

 

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giovedì, gennaio 31, 2008

La donna bruna, magra come un cane
sale su da Prasco a Cremolino
in questo giorno di pioggia che ti liscia
il pelo e sputa sangue e terra in mare,
morte qui a Recco. Invece altrove vanno
soprassaltando sopra le corriere
le donne brune, come cagne nere
e fresche e crespe come certe sere.
Gianni Priano, su Dirtyinbirdland
 

trascritto da molesini 02:25commenti (3)

 

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sabato, dicembre 08, 2007

trascritto da ansuini 08:09commenti (3)

 

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venerdì, novembre 16, 2007

 

comincia inverno!  di Silvia Molesini


Comincia l'inverno

ed ha un suo segreto suono:

lo fanno a pezzi le stabilizzate

dell'assestamento.

Comincia inverno, che volo!

Comincia sul quadrivio delle troie

e nell'incessante battito

del cuoio cuore.

Spodestato e di traverso

per quanto inverosimile ti sembri

comincia inverno!

nere nevi tendi

e diventa sepoltura.

 

(un nostro scontento qualunque

passa difilato, estende anima e doppia

sull’estate di buona speranza

vago il filamento ambrato

a due passi due dalla porta di stanza.

Non fa nomi precisi, solo sale

tra il qua e il là delle possibili

gaie et splendide coste,

è rumor di selvaggina

e si solenna)

 

Ma ci capita di venderti ancora come

inseguire frottole nei corridoi

come stare composti fra mille tuoni

come indovinare numeri e riprodurre

l’amagia che insegnavi, sei ancora lì che

ci convochi, tutti per te nelle sere di veglia

e addosso agli occhi in dormire.

Non ti interessa certo sentire solo i rintocchi morenti delle cinque.

 

Ma succede che, chessò, un librino

consoli a meraviglia il fatto imponderato

e diventi reale. Lo incastri nella visione

e ti dai due mani di colore previsto amaro.

Balli a tutto tondo, ed è una felicità

morbida e sontuosa e penitente e

, senti, uno sballo così non appariva

prima non c’era, non rimaneva intera.

Tutte le volte che chiamavo mi preparavi una risposta che cadeva.

 

Comincia l’inverno

e moriremo barboni alle città

vecchie stamberghe collassate

ardendo, ardendo.

Comincia l’inverno demonio

sulle strade basagliano uccellini sparenti

e mai altro gusto avrà

un loro comunque amore.

Accatastato e convesso

sui tagliati, sui loro lembi densi

esplodi inverno!

bricioline scintilla

nella cava urna fradicia.

 

 

Ma per prima offri la tua unghia al cielo

scadente principio e di bellezza gelo

offri il tuo fiato a quel che non vogliamo

sai che non siamo, che rompemmo il

rumore dei passi su viottoli fantasma

e che tutto diventò vicino quando screziato

cieco di lampadette alogene si fece meno.

Portaci dove una bambina riesce a stabilire cos’è caldo un tramonto.

 

Ma devi, suona strano?, devi!, incidere

sulla pena del vuoto un fiorellino, due foglie

e dare notizia del suo stelo fratto, scrivi

i nomi delle cose perdute,   dicci:

aspettiamo quasi giovani un ricordo che

congiunga qui con noi se si prepara il giorno

anche un giorno d’inverno, tipo verso le tre.

Vedi bene anche te che è continuo il morire se per sempre viviamo.

trascritto da ansuini 04:20commenti (3)

 

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martedì, novembre 13, 2007

The Dead by Billy Collins

The dead are always looking down on us, they say,
while we are putting on our shoes or making a sandwich,
they are looking down
through the glass-bottom boats of heaven,
as they row themselves slowly through eternity.
They watch the tops of our heads moving below on earth,
end when we lie down in a field or on a couch,
drugged perhaps by the hum of a warm afternoon,
they think we are looking back at them,
which makes them lift their oars
and fall silent and wait,
like parents,
for us to close our eyes.

I Morti

I morti guardano sempre in giù, verso di noi, si dice,
mentre ci mettiamo le scarpe o prepariamo un panino,
guardano in giù
attraverso le navi dal fondo di vetro del paradiso,
mentre remano lentamente attraverso l’eternità.
Guardano le cime delle nostre teste che si muovono giù sulla terra,
e quando ci sdraiamo in un campo o sul divano,
magari storditi dal ronzio di un caldo pomeriggio,
pensano che anche noi li stiamo guardando,
e allora sollevano i remi
e tacciono e aspettano,
come dei genitori,
fino a quando chiudiamo gli occhi.

 

trascritto da ansuini 06:27commenti (2)

 

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mercoledì, settembre 05, 2007

in visibiliare  

Gli disse. Guardi che. Potrei morire. Ho gallerie di specchi, un cuore che si schiaccia. Guardi. Per far di me strage vietata, senza storia, una reggia usurpata, slegata dalla ruota, basta una minuscola barbarie. A recitar delitti si raccolgono tribù di spettri sfitti. Gli disse. Non è poi scherzo curioso, il vizio d’ascoltarmi, la sua gentile mano appoggiata, radunata a questo mio schienale. Ascolti, mi fa male, il trucco morgano, l’iride che spiega l’anarchia. Mia. Mi guardi, signor Grandagonia. Mi faccia un paragone, un sunto cocciuto di chi è sopravvissuto. Mi spiace, ripassi la chimica vergogna, la china umiliazione. Confidi che sono lazzaretti, le pietre di confetti. Che osservo. Con servo.

Borderlands

trascritto da molesini 01:50commenti (1)

 

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lunedì, giugno 04, 2007

 

lilli

gli uomini escono dalle gambe per incontrare le pietre
pensò la fanciulla
il sorriso e le cerca
ma poiché lo squilibrio muove sole di barca da muro a muro
le restò il cortile
io ero già in chiasso di chiusura
i passi o il suo fischio tremendo nell’azzeramento
oltrepassarla con un po’ di sabbia
e bello il cuore la gonfiata d’acqua
non dà sorgente di sorta

allora
piano il libro che viene
nacquero in tasca
i vecchi parlano

prima
ma cosa vai nello stile
non è un occhio di bastone né la musica
esultando

finestre infine
o quando aria per descrivere al mignolo
se per lui il poeta sono sfebbrate
la mente in cui la pioggia per sempre per la strada
avanzerà in un gatto in un bel male

Ivano Fermini, da Nati Incendio, Milano, Polena, s.d. [1990]

trascritto da molesini 18:03commenti

 

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martedì, aprile 10, 2007

Libro primo di SolCris

Prologo

E’ il tempo della preghiera,
la non detta
, Ora, ora sì.

Per il respiro azzurrato
di molecole sante,
Per lo Spirito aureolato,
a cui non dico,
Io dico di andirivieni luce,
la pettinata
, Ora, ora sì.

E’ per aver peccato
che ritrovo la via.

Sbriciolato dalle certezze
camminate
, Ricordato monolito di fede:
Ora mi pento
, Ora, ora sì.

Dei fatti lunatici,
a cui non prendo certo il Chiarore
, Io prendo la Storia:
ché di Te almeno una parte conosco.

Di quella forza non vista
io darò udienza ai meno
, Ora, ora sì.

Fui in quel campo con il maestro
e il generalissimo Don,
Respirai l’aria Antica dei non so,
ed oltre non dico.

Io dico che utile è ora
sottrarre la tara a quel cerchio
, Ora, ora sì.

Fui fatto guerriero in una notte di marzo
(erano le idi)
, Ma ero già tale al cospetto di capi:
ero di più, ora io so.

L’Informatore scese, e scampanarono
gli ungulati,
Ibride bestie puzzolenti dell’Argentato,
ora lo so.

Ma ora dirò di più
, Ora, ora sì.
                            

Carlo Ragonese, da www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp                             

trascritto da molesini 17:27commenti (2)

 

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domenica, febbraio 11, 2007

Annusando certe crepe dell’estate  

Non fu fuoco sulla faccia


forse solo terra dura

 
crivellata

 
sotto il peso della vita 

 
dell’ “Avanti!” dell’erbetta… 

 
Dolci visi angeli morti

 
grossi rospi intermittenti

 
mai del tutto seppelliti tra i tendaggi

 
-- tutto un mondo in piccoli particolari --

 
costole di cani

 

infiniti lunghi spettri

 
luminosi di corolle e fiori informi

 
incagliati per scurire i tuoi ricordi grano e luce in un colore.

(le due cose stanno sempre insieme)

 

... 

 
Per aria al mercato…

 
Un inferno di grucce e stoffe…

 
Fruttivendoli poco commossi per il calore dei pomodori…

 
Passeggiavi…

 


E sfocava l’avvinghiarsi sessuato delle voci

 
pietre grosse troppo leste a sbriciolarsi

 
se il tuo dito se n’andava alla ricerca di qualcosa che piacesse

 
se s’apriva luminoso il paradiso in un momento principale

 
e saltava

 
luccicante

 
subitanea si squarciava la città.    


... 

 
Tutt’ignari dei pericoli i volatili ci sembrarono i più vivi

 
voli viola a capofitto scuri

 
volteggiando

 
negli sforzi delle nuvole e nel sole

 
e col fuoco del fornello dopo acceso azzurro in quel bel giorno

 
facevamo le scarpette lungo i fondi delle pentole

 
dimenticando tutti calce viva e piedi sporchi

 
l’altrui colore sempre più lucente

 
denti bianchi sani e forti

 
e un’altra nota non poco importante

 
il nostro essere incantata inconsapevolezza

 
il nostro buon funzionamento umano.

 

 

...

 

Dovette piovere molto sul clima indorato di quei giorni

 
ci muovemmo mosche negli occhi

 
fessi

 
caldi dentro ad illuminazioni e soli assenti

 
decapitati nelle intenzioni delle luci

 
e alcuni giacevano morti

 
e un morto canticchiava fra sé e sé.

 

 
Non si capiva il vespro

 
l’accecarsi nella luce attonita

 
il nero invadente sotto gli ombrelli nel sapore dorato dei corpi

 
dei sogni rubati ad immaginazione dalle menti degli altri

 
non s’avvertiva che poco quel sale sugli occhi

 
la vaga sensazione erotica

 
di madri felici cullando cullando fagotti di figli inesistenti

 
ma a noi la materialità non importava

 
la luce falsa

 
profeti indossammo del tutto anche noi i nostri occhiali fumé

 
e ancora nel sole altri corpi

 
cumuli di mani nel sudore nudo dei petti 

 
agnizioni squarciate di brevi momenti percossi

 
i figli dei figli dei figli giocavano ai morti

 
e un cane canticchiava fra sé e sé.

 

...

Moriva

 
da lontano

 
l’abc sulle lavagne sporche…

 
Nient’altro che improbabili insettini piccoli                                        

obbligati dall’invidia dei palazzi

 
perdemmo in pochi giorni il nostro onore

 
tra i giochi dei quattro cantoni.

 
Furono grandi risate come tagliole accecanti

 
e non ci impressionarono i cazzi puzzolenti dei soldati

 
le nostre donne bionde di menzogne e pastarelle

 
in ogni via il trionfo della gioventù splendente  

 
un peso perdifiato come d’allitterazioni collettive

 
e se n’andava via la grigia marcia eterna

 
l’esercito raggiante di uomini stracciati nella polvere

 
così innescammo ancora e quindi l’emozioni nostre

 
incinte di coriandoli e bombette.

 
Scontato un mio compare riteneva fossero soltanto favole

 
e seguitava a noia l’infinito delle trame e le sue ciarle

 

e a noi non importava niente

 
e alcuni giacevano morti

 
e un morto canticchiava fra sé e sé.

 

Fabrizio Pittalis, da fabriziopittalis.splinder.com

trascritto da molesini 02:13commenti (1)

 

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mercoledì, gennaio 31, 2007

GLI STATI UNITI DELLE AMERICHE SELEZIONATE DA VOGUE - di Chiara Araldi

Gli stati uniti delle americhe selezionate da vogue
Rifiutano l’estradizione di un tedesco basso e tarchiato
Di nome Vivaldi e tutti noi insieme scuotiamo il capo con
Convinzione ma
Senza aspettarci grandi risultati, nemmeno dalla cosa dell’El.Si.
Alla fine un buco nel mare
O un uragano su New Orleans e il corpo di una pugliese qualsiasi
Che naviga da dieci anni lungo il Mississipi basso e fangoso
Producendo indirettamente l’affrancamento da qualsiasi morale ragionevole
O dignità della nostra televisione unificata.

Dall’Hostaria di fronte, un’unica insegna verde lampeggiante
E un banco per appoggiare i bicchieri sporchi, lanna litiga colfabio
Lanciando accuse in ultrasuoni di stupri di cui a conoscenza è ormai
La veronetta intera
E qualche senegalese sorride sotto il costume nazionale.
Inviati dell’istituto truce riprendono tutto in direttissima
Per tramandare ai posteri almeno uno straccio di prova non contraffatta
Da qualche penalista senza scrupoli
E proprio dietro l’angolo io sorrido
Al solito ladro di biciclette e tutto quello di cui ho bisogno
È un bel paio di analisi del sangue e una pet
Che mostri in controluce gli organi miei interni e profondissimi.
C’è una radiografia dei miei seni paranasali appesa
Allo specchio del bagno.
Dall’interno è l’unico modo che ho di sopportarmi.

Due ragazzi in mutande giocano a dadi su un balcone
E mi tornano in mente le mani di mia sorella
E una canzone d’amore tragico e tormentato che
Cantavamo insieme e con trasporto
E i miei genitori seduti davanti
Li si poteva sentire sorridere
Con leggero profumo di denti scoperti.

Che cos’è che cambia la percezione,
che cosa ci fa invidiare la calma astuta delle rane
in un fosso se non
tutta questa insofferenza
e la ricerca
perpetua e donabbondiana delle soluzioni
cucinabili a microonde degli oroscopi delle sette
col giornale sporcato al centro dal negativo della tazzina del caffè
e un biscotto masticato in fretta mentre scendi le scale
da qualche parte un tiglio divorzia con le sue prime foglie
ti ho aspettato sai lungo tutta la spina dell’estate
ed eccolo qui
Settembre
e il magico rigurgitarsi delle stagioni ma non eravamo pronti
e nello scatto essenziale siamo venuti sfocati
le mie mani di mezzometro infilate nella tua gola
e tutto quello che di molle ed umido possiedi
a colorarmi le labbra
hai alzato un sopracciglio e tirato le tende
e come per non dimenticarmi
mi hai legato alla cintura.

Eppure quando mi alzo in piedi
S’impolvera il sole
E i campi di grano chinano il capo
Per augurarmi la buonanotte.

In cosa manco
Dimmi
Con quale mano ancora ti permetti
Di pretendere.

Non per allarmarti
Ma è proprio un colpo
Apoplettico
Quel dolore alla spalla sinistra.

E te lo sto augurando da supergiù tremila lune.

Ma la vendemmia sarà ottima hanno detto, ci ha pensato il
Col.Mar.Scaccialupi a consolidare il Franciacorta che ben si sa
Ha bisogno di acidità più che di carezze
E tutti noi pollicini che lasciamo cadere sotto i piedi
pezzi di anima per non sbagliare
La via del ritorno non riusciamo nemmeno a considerare
La fatica di un marciapiede
E la sua mente altrove.


trascritto da ansuini 17:32commenti

 

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sabato, gennaio 13, 2007


POESIA A CASA A MEZZANOTTE - di Francesco Ghezzi




camicia viola di flanella, jeans lavati,
triste anche quando sorrido,
a casa fra fra il letto e il foglio di carta-
tutte le ragazze storcono la bocca,
stare a letto non basta a fare l'amore-
acqua e capelli scorrono fino alla luna
finestra finestra dei miei desideri,
sono o non sono quello con ancora i vestiti addosso,
i gomiti bagnati per un lavandino difettoso
oppure nudo per il motivo sbagliato-
solo gli stupidi come me
hanno rimpianti simili a distanza di una vita
la lettrice ripete nel nastro magnetico
le prime quattro lezioni di cinese
ridendo alla stranezza
di una lingua monosillabica
io non faccio altro
che preferire le ragazze vestite,
io non posso avere bambini
io posso scrivere bambine sole
le labbra delle ragazze sono insapori
mi viene in mente di scriverlo qui
perché lei una volta finse di essere frigida,
mi rendo conto che è una scusa per parlare di lei,
per l'ennesima volta Santa, scopata senza Desiderio
su un letto di nuovo vestita
labbra poco baciate prima di me-
è successo dopo che per strada
sua sorella mi sorrideva, sbagliandosi-
non sono il tuo ragazzo è la frase più antipatica,
quasi quanto dire sono solo
per poi stare zitto, un gioco sporco,
paranoia del grande amore finito-
io non sono sufficiente alla poesia
posso essere l'affascinante Qualcun Altro
parlando di emozione e freddezza alla sua
figura che respira accanto al letto, arrossita
di blu al riflesso della televisione
vuota in qualunque lingua il telefono
squilli accanto al letto, ragazza
non far mai finire di venire i ragazzi
per alzarti e rispondere questa è la storia della tristezza,
voce in una segreteria telefonica di *******
"ciao amore, sono alta, bella e bionda,
ricevo tutti i giorni dalle ore undici alle..."
cielo livido, passanti contro un muro
ombrelli scuri lampi sul terrazzo nella pupilla- addio P.
"io rifiuto per il mio puro amore"- e allora rivederla
nel corso degli anni, ancora oggi gelida,
per colpa di quella volta che ci sorprese la sua amica
col mal di testa per le mestruazioni
aveva aperto la porta per domandare il perché-
la poesia spedisce foto pornografiche a se stessa
la mia faccia è la faccia dello stesso ragazzo
capelli ravviati con una mano a Stoccolma
come a Nizza infastidito dal traffico
non posso sperare di incontrare per strada Asako ragazzina
con la frangia liscia sulla fronte,
scopata per sempre in fondo al corridoio
al terzo piano mentre sotto il letto, il pavimento-
il mistero del suono dell'acqua nelle tubature-
chi se ne ricordava di stare seduti sul letto a baciarsi,
maniche di camicia arrotolate con la porta aperta-
la tenerezza del sesso un punto bianco nella pioggia fredda,
la faccia di lei, fascino impallidito quando entrò l'ultima sera
prima di chiedere di essere svegliata alle 4
entrò sorridente e finse di fare un passo di danza-
la bellezza è strana, ma perduta, e G. incinta
ma solo nella fantasia- la sua ****
aveva un cattivo odore che faceva rivoltare lo stomaco,
tristezza tristezza lavastoviglie accesa sul programma sparizione
com'è che sono finito qui e da dove volevo cominciare
di nuovo da Minako troppo triste per essere letta
"io sto bene, faccio una passeggiata"
ho pianto nel sogno- a colori-
lei con un ciondolino al collo, era un cuore-
mi insegnava parole come passeggiata,
mela, elefante, gatto-
le ragazze continuano a farsi toccare,
a provarci nei bagni di piano in piano
questo accade in altri corpi
-comunicazioni sono interrotte-
io le Dolls di Kitano e niente sul cuscino
"buonanotte Francesco e piccola neko"
tutti i gradini della scala risalgono all'indietro
scrivendo un tema intitolato Perché mi piace Dicembre
"ho freddo, non andiamo fuori"
non è vero il sesso nella distanza nel tempo-
Patricia non chiamerà più un telefono nelle tasche
bucate del sogno, il numero è rimasto lo stesso
composto attraverso satelliti silenziosi
sparsi lungo l'orbita terrestre da qui a casa per 50 km

trascritto da ansuini 21:30commenti (1)

 

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giovedì, gennaio 11, 2007

Silvia Molesini & Alessandro Ansuini

L'audio e' stato cancellato dallo spazio su Splinder


trascritto da ansuini 04:46commenti (3)

 

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martedì, gennaio 09, 2007

L'amico socialista

Abita qui ancora in subaffitto quel tale che una sera d'agosto
che il cielo era basso lì lì per cadere spiovendo
nei bicchieri succhiati, nei fossi, e che diceva: "la civiltà
è un paradosso, e basta"?

amarezza e confusione producendo
indicibili sul tavolo dei registri battesimali,
aveva avariato vagamente i suoi cognomi e i connotati;

e pochi conoscevano a fondo la carnale profondità
delle sue parole colorate dall'ignoranza,
e io l'ho in mente ancora dopo tanto moto di anni, e fino

ricordo il dondolo della pallina di vetro nel collo
della gazosa, un verde smerigliato, chiaro:
era un uomo che aveva sete di gazose e squinzani

la sera del sabato di agosto che il cielo mollo mollo
era basso e faceva un soffoco tremendo, un grande vomito,
anche a tirar su le maniche di albene fino al gomito:

quel tale che andava misurando la piazza
nel vortice tenero viola delle case lì intorno
con la corda d'attaccare il bucato la moglie, e contare
così su per giù i salari, e le sere cadute nel volo delle sere...

e io per me mi tengo in mente la mimosa estasiata nel giardino
della canonica, che mugolava vedendosi nell'orlo del fossato
tremare e la vasca solitaria abitata dal freschetto,
i fiori blu accesi del salnitro in fondo alla cisterna; il rubinetto:

ora, in segreto, alla rinfusa, il vino degli uomini fermenta
per una sera estrema in cui le trombe alte in mezzo al rosso
parapiglia sveglieranno gli ignoti e il rimorso delle opere inutili;

così che quando uno adesso si addormenta nel mugghio
invernale che odora, con in bocca noccioli di prugne o liquerizia
o cicca americana, senza aver finito di guardare la sevizia

degli affitti, una forbice arrotata
gli branca la rotella del ginocchio, e tric,
un taglio, o questa cartilagine qui all'orecchio.

Ma lui non ha potuto sentir bene quella volta che venivo
a bussare alla sua porta perché il tuono di tutta l'Europa
confondeva e cieli e piazze e giardinaggi senza pietà,

mi bagnava le nocche, e il vento urlando
saltava qua e là come una bestiola disperata,
e io dovevo scappare alla svelta per paura

di restar lì come quello dei fichi a prendere ancora la pioggia
e tuono, e altro, dentro le giunture o i buchi
o nei poveri stracci del polmone... E di là dalla porta

venivano bocconi di una musica imprecisa, danneggiatissima,
dietro le spalle le montagne stavano per spegnersi
e sparire, e dovevo andar via, e tu dirai:

"beh, ma che c'entra tutto questo?"; eh, se c'entra!

Perché insieme io e lui noi due andare potremmo a trar respiro
dalla grigia profondità delle nazioni e delle terre
altrui, e ormai di tutti, ad annusare il fiato

nella filitura che connette notte e giorno; del filo d'erba
che vuoi crescere sollevando il pietrame che lo pigia;
o qualche cosa di più grande ancora che vallate
e prati e piazze e nazioni e cateratte: il temporale!

Emilio Villa, da www.vicoacitillo.it/poeti/villa/bio.htm

 

trascritto da molesini 05:12commenti (1)

 

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sabato, dicembre 09, 2006

Finestra
ruggine
grata
fiori al balcone
traffico bloccato

ferme le macchine, tre camion tre piccoli camper

in giardino lampioncini – appliques abbinate con sapienza - gusti pastello per tatto e vista -
in giardino il gazebo – tavola apparecchiata,
tovaglie verdi - tovaglioli di carta
posate - lame volte all’interno

- Wir mochten unterstreichen, dass fur das Einzelzimmer kein Zuschlag berechnet wird –

apprende nel frattempo il filippino al telefono e ride,
ride come un matto il filippino Bin Boy, pronto alla ramazza,
fiero di infilzare foglie.



Il viaggio lo organizza bene.
Partenza ore uattro e uaranta ( Bin Boy non pronuncia la q)
Binbo preciso nel settaglio (Binbo non pronuncia la di – la sostituisce con la esse)
utilizza una sveglia di importazione, una
piccola sveglia rossa da puntare all’ora fissata
(ricontrollare prima di chiudere gli occhi per il sonno),
viaggio sirezione Berlino
curato nei minimi particolari
intende alberco (Binbo la gi proprio non riesce a dirla) prenotato
in camera sincola anzi
soppia uso sincola
il Sicnore seve stare comoso il Sicnore
è arrocante ai check in, Binbo preferisce, poiché capisce,
evitare imbarazzi ai secretari in turno
Binbo è un buono, Binbo capisce le cose.


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Eccolo Binbo, appena sveglio, che lieve infila le pantofole rosa ereditate dalla cameriera polacca licenziata tre mesi prima
solo per la disattenzione di essersi dimenticata una platessa fresca al supermercato.
Eccolo, mentre si scrolla dalle spalle la vestaglia di seta, dote anch’essa dell’estera, e raggiunge la piccola cucina della dépendance.
Quando indossa i pantaloni da giardiniere, sono appena scoccate le sette e ventitré.


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Il puff, consumato l’abituale rito del caffè, lo accoglie sbuffante.


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Binbo è sguardosonno. Binbo è occhisabbia. Binbo è giornaletelevisione siglettaritmata notiziemeteo.
Binbo è deodorantetestato. Binbo è primapagina - giornale. Binbo è inchiostro sulle dita, puzza alle narici, voglia di vomitare. Binbo è mal di pancia.
Binbo troverà presto un lavoro a tempo indeterminato in una friggitoria di alcuni suoi parenti che stanno in Germania.



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La valigia la prepara con dovuta perizia (si parla di massima cura nella scelta di calzini cravatte collo della camicia in perfette condizioni).


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9.12


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La conferma scritta la riceve via fax (la possiamo notare, carta intestata che scivola via dal comodino. C’è un marchio d’albergo che dice stella stellina stelletta).

Binbo mette gli occhiali da sole


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10.42


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Starnutisce.


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Geneticamente parlando Binbo non certo bello Binbo non certo b (lo salva il bon ton. Ha bon ton da vendere. I modi, capite? Uno può anche versarti il caffè nella tazzina ma solo Binbo riesce a non far, di goccia versata, riflusso.


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12.03


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dov’eravamo, ah sì, Binbo non bello Binbo non (


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Il pizzetto se lo era riuscito a far crescere all’età di ventiquattro anni. L’assenza di pelo sulle gote lo rendeva triste e difforme, si diceva difforme, da chiunque altro.
L’immagine di sé riflessa dallo specchio, quel sé glabro, liscio come, glabro insomma, lo faceva sentire triste e inutile.

Perché gli altri avevano barba e le basette lunghe e lui era liscio?
Perché gli altri facevano tardi, la mattina, per la rasatura e lui arrivava sempre presto e non c’era mai un cazzo di nessuno?
Perché gli altri scopavano e a lui toccava sempre di assomigliare a un bambino?


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13.00


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Il lavoro da inserviente, o per meglio dire, da maggiordomo, lo aveva trovato l’anno prima. Prendere servizio da questo ricco industriale senza figli, senza moglie, senza amanti ma con la barba, era stata un’occasione sfruttata bene.
Aveva saputo del licenziamento della cameriera polacca da un suo amico coreano, cugino in seconda del parrucchiere per dive “Eliano Shampoo d’oro”. Taglio e piega trentotto euro. La ricevuta te la faccio dopo (eventualmente è un problema se scrivo solo taglio?)
Il nuovo padrone lo aveva accolto bene. Piccola casetta attigua alla villa.
Pochi compiti ma molta applicazione e cortesia richieste.
900 euro più vitto e alloggio.
Non male.


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14.24

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Il pizzetto lo portava, fiero, da ormai sette anni.
Lo curava meticolosamente ogni mattina. Il set completo gli era arrivato direttamente dalla Malesia.
Il pizzetto era cresciuto nero, di un nero che nessuno aveva mai
Nero, insomma.
Un bel nero.
Quando gli era spuntato il primo pelo, verso i diciannove anni, si era sentito improvvisamente virile. Il primo filippino col pizzetto.
Ti rendi conto?
Per questo ed altri mille motivi non avrebbe accettato per nessuno motivo al mondo di tagliarlo.
Lui era il primo filippino col pizzetto.
Del resto, sticazzi.


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15.00



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Partenza direzione aeroporto. Puntualità Massima.
Lui il padrone seduto dietro, nella Jaguar con il frigobar pieno di noccioline.
Lui il filippino davanti. Mani salde sul volante. In due parole, splendente.


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15.30


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La barba assumeva una sfumatura rossiccia. Bisognava allora tagliarla corta, quasi che pungesse. Solo allora il nero tornava a lucidare il viso.
Era una battaglia settimanale. Il nero e il rosso.
La cosa che lo infastidiva, a lui il padrone, era la perdita di tempo. Era l’appuntamento. Era sapere che ogni sabato mattina avrebbe dovuto sfilare dall’astuccio il suo bel rasoio, posizionarlo su 1 e tagliare. Ecco. Questo. L’appuntamento.


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16.00


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Imbarco tutto ok.



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15.35


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Lasciato il Sicnore savanti al Terminal B.
Sbacliato il bivio. Presa sirezione mare.
Ora sono cazzi.


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Era questo il motivo per cui non sopportava che il filippino sfoggiasse quel pizzetto nero.
Era stato questo il motivo scatenante del suo ordine, impartito senza troppa grazia, di tagliarselo senza discutere.
Era nero contro rosso.
Non poteva sopportarlo.


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16.40


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Decollo perfetto.


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16.40 (uattro e uaranta)


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Partito, il malesetto.


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(Io il pizzettto non me lo taglio io il pizzetto me lo tengo me lo tengo me lo tengo).


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19.48


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Check in Hotel Continental di Berlino.
Doppia uso singola.
“La sveglia, Signore?”
“Magari la mettiamo dopo”.
“Bene, Signore”.
“La cena a che ora viene servita?”
“Diciannove e trenta, ventidue e trenta”.
“Sesto piano?”
“Prego. Ramil, cortesemente, prendi la valigia al Signore?”


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19.53


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Binbo, seduto sul puff, perso poi tornato ora dicevamo seduto. Sul puff.
Ride.
Ride e si liscia il pizzetto.



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19.58


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Ramil lo colpisce alle spalle.
Quando il signore cade, colto alla sprovvista, il cameriere filippino gli sbatte la testa sullo spigolo del comodino.
Quando muore le lancette dell’orologio segnano.


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20.12


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Bin Boy ride.

 

Il rosso e il nero di Flavio Toccafondi da www.karpos.org


trascritto da molesini 01:43commenti (4)

 

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martedì, novembre 07, 2006

MIA MADRE SI STA SPOGLIANDO di Pier Maria Galli

(mia madre si sta spogliando
nella stanza accanto.
ma poi cosa decideranno le braccia?
una volta toccata terra. e gli zigomi?
e la chioma del pube? e le caviglie
pallidissime che spiegano le mie?
dovrei avvisarti com'è imprudente ricomporsi,
poi. esibirsi nella parola donna,
riseppellendoti nella mia vita)

trascritto da ansuini 12:22commenti (3)

 

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mercoledì, ottobre 25, 2006

Abbiate questo gelo,

queste mani abbandonate al verme

che confonde il tempo,

del Qui non resta che un timbro soffocato,

l’Ora singhiozzeranno in pochi,

c’è una marmaglia cieca

che geme nel mio sonno

abbiate questa barca rotta

che remano i miei giorni.

Roberto Carifi, da "Europa", Jaca Book, 1999

 

trascritto da molesini 05:03commenti (3)

 

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