A cura di Alessandro Ansuini e Silvia Molesini
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i figli belli
Officine Letterarie Ansuini
Rimbaud
Silvia Molesini
Smith & Laforgue
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CREDITS
template @ Kira
Lumière dans le ventre de la baleine - di Roberta Dammern
Mi trovi a certe chiare latitudini,
anche a note solitudini, le stesse
riflessa in uno spicchio a pettinarmi
a torturarmi la memoria; ti parla
il fioco acceso della bacca rossa
di tutti i segni che si fanno a notte
per quelle stille in cielo nu mi no se
che prima d'ogni sonno iridano il buio
come le ferite che rimarginano
colore profondo; mi accordano le mie.
Noi che moltiplicammo pena e pesce
insieme, saremo ali d’abito
da seta a velo radente per tingerci
ciascuno i fianchi e divenire Uno,
Sfiorami con una certezza il viso:
emanano fragranti le tue mani
assenza di Calicanto in boccio
che non è fiore d’estate ma d’interno
di me, che trovo varchi tra le soglie d’alberi
e tralci di pagine di tutti i tuoi raccolti,
ti ascolto dire Tutto, Niente o culla
tuttavia cammino, penso verso a passi svolti
e sguardi alla lontana che sgorga l’acqua
che tu sei perché sarai in ogni mio sentiero.
LONDON TALKING - di Kira A
Londra è un nome fermato sul giallo di un post-it
Il pensiero del Tamigi spinge lo sguardo
Altrove
Nel mio caso a sinistra, verso l'alto
Un fare vago
È lì che allungo le dita, che mi aggrappo al lino
[dei ricordi]
Londra è il lobo del mio orecchio che sanguina
L'ovatta che premo con le dita e
L'odore di lime nella stanza
Impronte di piercing che non ho mai visto
La traccia di una cicatrice da leccare
A Londra pensano
I miei capelli troppo lunghi
Londra è “dimmi di Londra che non si può spiegare”
E “niente più fila per sapere di Jack?”
Un ciondolo liso che scalda la pelle
Il solito bianco che fa sbattere i denti
Ma resto immobile, tu dici:
“Ad uno spirito come il tuo”
Allora Londra
Sono quadrati troppo stretti
Me e te che passeggiamo, io che ti bacio
E “non posso più tenerti qui dentro”
E “forse lo so, perché sono così triste”
E “cos’è di cui hai paura?”
Ho paura
Di desiderare
Così se io sono Londra, tu
Sei Piccadilly e Soho intravisti-da-una-cartolina
Gli sfolgoranti colori, il grigio che sovrasta
La pioggia che vernicia i double decker
Io che dico: “quando sto con te c’è la neve tutt’intorno”
“E’ una cosa brutta?”
“No che non lo è”
E di nuovo Londra mi sorprende a sospirare
Sento sempre porte chiudersi
Sento ancora gole tagliate
E “sento che le mie cose sono mute in terra”
E tu dici: “quanto sai essere piccola?”
Quanto la bambola
di una bambola
AMNIOTICO - di Flavio Toccafondi
Di bianco ora e sempre, lenta e sublime, rara e superba
radice di mare amniotico, tana e mucchio di foglie
di me tuo figlio mutato che nulla deve,
schiuma protetta immune per te immune da tutto e per sempre,
ragnatela di stella e riposo, custodita e benedetta.
Sola come spina sul rovo in piena notte, tu scale granito logorante saliscendi
dormi il sonno di grandine rugiada
dormi e il chiasso come sgorgante caracolla
erboso agitato squarciato, osservalo teso, ora che manca il miracolo
del nome mio nuovamente pronunciato.
Notte solitudine devastante
filare di buio e lutto sconosciuto,
stella-smorfia di spilli che ti prende il respiro,
caduta senza fine
- foglie pestate.
Per te dunque
ferita fiore figlio che ora madre per sempre ti veglia,
tu ramo artigliante, acqua perduta,
racconto agitato
dannatamente riposante.
DIVERTISSEMENT PER BAMBINI DISUBBIDIENTI - di Gianmarco Griffi
(da Zanzotto)
“E dimmi, ti piace essere venuto a questo mondo?”
Bamb. : “No, perché devo andare a scuola”.
Sigla del cartone animato
Quanti infiniti paralogismi
d’iperbellezza vacante
confondono il mondo,
questo bellissimo lucidissimo
sottoeden d’irrazionale ovvietà.
Ma ci sei tu, antimondo, poesia,
fagli vedere chi sei.
Cartone animato
Piano la mattina
sorge brillando di luce buia,
ristagna come fumo nell’aria
la violenza dell’abbandono,
il delitto dell’abitudine.
Torna, dove sei?
Mondo antimundo mundi, anima homini
inesperta di passioni.
Torna zanzara poesia,
fammi fare, dammi essere,
infastidiscimi ancora
zigzagando pungiglionesca,
accarezzami vita nata da avanzi d’amore
lasciati muffire sul tavolo
(dopo cena circa aprile ’76)
e ricordati, ricorda.
E dai insetto gioia, ripresentati
gettandomi dentro di te
sbatacchiandomi qua e là,
vergognati della tua assenza ingiustificata
(scolarescamente), specchiati
nel tuo vuoto gremito di volt
o nei fondi di bottiglia
e vieni, nasci, sii una buona volta,
noumeno dalle illusorie epifanie
riciclate come per finzione
in giochi da playstation
(oltre i quindicimila – punti)
e coperte calde per la notte;
ecco, inaspettatamente
ora sono prigioni o case in mattoni
dove stavano castelli per bambini
playmobilizzati dall’estro-élan
di vecchi nonni trovatori
che hanno perduto il senno
sulla luna, hanno perduto il sonno
sulle ciocche di capelli
radi e biondi (come da
fotografia, ‘78), e sulle favelle
d’ultrafelicità di paperi e topi.
Su Walt Disney,
fammi scrivere almeno
una riga tremante di sigh e sob:
è come se avessi ventisette secoli di vita.
SPECCHIATA - di Giovanni Carattoni
questa è l’istruzione in caso di vita
va registrata a sera nel fiato finemente disossato
I pochi pendono stanchi dai pontili scuri
tastando l’acqua abbastanza fredda
l’aureola splende oltre le cascate
l’osservatrice canta in bocca al suo fetale amante
ora che hai goduto e i tuoi seni stanno lì
nella penombra albina che toglie fiato
a ferite eterne, lampanti, solo un momento
poi nuovo succulento in materia per lombrichi assetati
chiamateli vapori, chiamateli guerrieri
con le voci vostre nel sonno
ma il sole è stato chiuso
Fruscia prima di arrivare
risplendi
questa notte
Avverti il gridare di queste porte scelte
gustarne una e poi l’altra
riformare gli anelli sottacqua che respingono i lamenti
ronzanti dal piacere sciolto
che serpeggia liscio nel fondo
robusta delle finestre aperte al tuo canto
rinfacciavi i tuoi denti affilati
a chi smussava pertiche silenziose
con tarli di vibrazione smembrata
la luce oggi è talmente veloce che impenna
e torna in fronte a chi ha sorriso
dica la verità
signorina studentessa
dai minuti occhiali
dalle mani lente per dar dolore
dai seni protratti nell’osservare io chi sono
parlavo di quando mi stavi in braccio
che sono il seme dei cerchi
il seme non dato
il seme per cui credi di dover farti prendere
i figli un giorno muoiono
l’estate torna all’inverno rosa
che sembra un vuoto di gomma
e i figli un giorno uccidono il padre
stanchi di masticarne il sale
la verità è quando mi stanco nell’albergo
la verità è quando cado addormentata
la verità è buttata da qualche parte in mezzo ai vestiti
sporchi e profumati
la verità che tu cammini
la verità che i morti camminano ancora
e tu hai il dono di non vederli
perchè tu hai avvolto il sole
giusto per vedere chi restava di luce
Next - di Ubayy M.H.
[somewhere ]
una galassia
dorme nello stagno
attende
la canzone dei segnali
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[--ho cercato le piste dello squalo di sabbia--]
Vengo dal pianeta delle spighe
Ora è pietra fusa
Non sempre fu così
Non sempre la notte
è stata gelida
quand’ero
ignaro
mi splendevano le mani di polline
interrogavo gli alberi pensanti
dalle radici di malachite
[--ritraevo i leoni di babilonia--]
tornavano i migratori
fasciati da pelli di tigre,
le loro figure esili
navigavano col respiro
delle comete
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nel tempo delle tue mani
era un’eterna mattina
- sorridevo sai-?
attraverso le grate
dei tuoi capelli
sull’uscio di parole
noi restavamo,
senza saper che dire
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c’è un giorno col tuo profilo
si sta svegliando
nei miei occhi
[--sono qui da -tempi sepolti--]
[--non ho rimosso le stelle dal petto--]
[--inseguo ancora lo splendore--]
qualcosa che non ricordate
ho rivisto gli agroglifi
e i girasoli che cantano
come opali bianchi
e si piegano
per sentire
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colori che muoiono
prima di nascere
il volto si sfigura
Vicino alle antenne
Tra poco
Spariranno anche gli elementi
La doppia elica sembrerà un sentiero nell’erba
Le coordinate del sistema
Passi di bambino
(((((( )))((( ))))))
--non ci vedete --
eravamo così vicini da toccarvi
Angostura - di Alessandro Ansuini
Touchè ma mort -
sono un drogato con la cravatta
pelle lucida, cupa diagnostica essenziale
ubriaco a Cracovia e ubriaco in flanella e così pensato -
se è vero che le poesie belle sono le poesie tristi
non venirmi a chiedere perché
(non chiedo, te lo lascio dire)
mi piacciono le ragazze con le tragedie negli occhi -
i presidenti coi tacchi a spillo e le ingombranti sfumature
sono sicuro di essere morto in epoche migliori di questa
nessuna parola portava questa meticolosità da angostura
mentre adesso dicembre è iniettato su per gli avambracci
fin nella punta delle dita
a deragliare musiche precoci
*
Fanatica lavinia schiava della vista
amputata ballerina quali mani
ti hanno messo i rami negli occhi?
ora che nei pomeriggi bevi resina
dalle bordature di eleganti tazze da thé
ora che riesci a usare la bocca come un miracolo
e a moltiplicare i pani e i pesci dimmi
quali mani hanno osato saccheggiare?
(ricordo solo una canzone con le mani bianche)
- devi rifarti le unghie, preparare un tiramisù -
questo duplice piagnucolante casché
*
S'appiattiscono, sotto gli sgabelli dei bar all'aperto
(a bologna, ottocentesco, il mio amico K per fare un esempio)
tutti questi bassi strati di sottocultura - garza su garza nutriti
da prodighi becchi virtuali
giornaletti, pagine vecchie di quotidiani, ossessioni per alcuni
periodi letterari
imagismo, qualunquismo, dadaismo, surrealismo
tutti riuniti sotto l'icona sacra della Madonna dalle Gambe Aperte
(il fighismo direbbe K)
"Le donne sono tutte puttane" (esclusa mia madre e la tua)
non si capisce allora il modo di dire
qui e a Valencia la stessa cosa
sempre contraddetto
queste cose basse, in effetti, appiattite sotto gli sgabelli
e dove altro se no
si parte tutti da una terra desolata
in fondo cominciamo tutti col dire "TsE"
*
Volevamo fare i pirati nella parola,
silenti e tragicamente calmi a spiare calze di maestrine e pose,
come nevrotici bertolucci a rappresentare un bacio
con i capelli che vanno in fiamme
(l'odio si protende tutto verso la divinità più temibile, il dio Metafora)
nella notte della gelata le ampie mani di tito fuentes sostennero,
dalla fierezza di un cd che rispettasti per il dono,
(come saluti gli alberi, e ringrazi per i pinoli che mangi,
e non riesci a tagliare una rosa da terra
per non sentirla gridare - )
"La primavera non esiste" pronunciò,
"e i miei capelli non sono lunghi, sono rilassati e pigri"
una sigaretta che porta via un pezzo di pelle dalle labbra
ricordo di spagnola coi capelli neri in piedi
a Piazza di Spagna in un mercoledì di sole abbacinante
o stranamente presente ad una mia lettura e
leggere in italiano le parole in francese per un'improvvisa
assenza di musicalità nei versi
i tuoi
(noi poeti non possiamo essere
tragici non potremmo dire
padre, padre, perché mi hai abbandonato?)
Nabokov con pochi capelli, spettinati vicino alle orecchie,
ha costruito la torre di ada inseguendo le farfalle
(non è un modo di dire)
e dunque mi sintonizzo su mediashopping
dove posso soddisfare la mia voglia di rivoluzione
acquistando attrezzi per la guerriglia urbana
poiché l'era glaciale si sta avvicinando
e noi non sappiamo
AGLAÌA
(splendore) - di Francesco Randazzo
Il rosso, fra le quartàre rotte
infisse nel muro antico, quaglia
mentre l’occhio s’impanna
stupido, di là il fruscìo
del mare attonito dal vento
soffia sussurro e panico,
ed il respiro per un attimo
si pensa.
*
Cauto è il precipite del muro,
su dall’alto ripara dalle morti
incaute. Il cielo taglia il vuoto
e ammonisce. Sotto se sporgi
e volendo puoi, scogli bellissimi
attendono, arricciati di schiuma
bianca come il cuore.
E si ascolta in quell’attimo
il grido della pietra.
*
Ho visto
il colore dei tuoi denti
e lo sgomento dell’occhio
sorpreso dall’intruso,
e ti sei chiusa
come dentro di me
per non vederti.
*
Spaccate sulla terra stanno
sparse come briciole d’inverno,
le gocce salate del tuo corpo.
La terra assorbe
ma non germoglia frutto.
*
Aperta nel cielo
sul mare
fra le nuvole
d’indaco impossibile
una porta perfetta
di sette colori.
Ho volato
dentro
quell’arco,
baléno del miocardio,
e cadendo
qualche ora più tardi
non ho saputo dirti
con parole
dove
ero stato
io con te.
*
Aglaìa
luce su metallo
che si rompe
grido di frattura
labirinto di sole
fulmine d’inverno
parusìa di te stessa,
tu
lama mia.
*
Sul cemento affondato nell’acqua,
blocco di riparo della riva, lì
proprio, sotto la lingua polvere
e vento, sotto la lingua pause
leggere di paure, vestita
d’una giacca strappata,
hai sorriso
ed io ho bevuto il senso.
*
Amo le scatolette dei pelati
spogliate d’etichette, rese
chiaro argento metallico
e le righe in mezzo a dire
“Sono cosa”, pulite, belle
fredde e compagnone,
vuote di sugo piene di matite.
Amo bottiglie, tappi e fil di ferro
ne colleziono più d’un rigattiere,
non so che metterci dentro
se non l’aria. Spesso respiro
e poi le chiudo e sole
le lascio per la strada
e me ne vado.
*
Passano i suoni e cantano
l’addio. Esistere non è
essere sempre. Un gatto
miagola e non sai perché.
Chi mi dirà parole che non sono?
*
Le papere alla fonte
sguazzano e figliano
industrialmente intente.
I papìri si guardano le chiome,
i pesci ingrassano quieti
e un topolino alle undici,
ogni sera, si tuffa, nuota
riaffiora, approda, squìtta
furbo e se ne torna a casa,
a comporre formaggi con i buchi.
*
Vetro, schermo di libri
dentro, d’alberi e vento
fuori, smeriglia lo sguardo
che non può vedere.
Bruciano sigarette ultrasottili
e la cenere s’ostina a non cadere.
Se il sole, una volta, una soltanto
s’accendesse nel cuore della notte.
Lampade al neon purtroppo,
a luce intermittente ultranociva,
fingono giorno e rodono la mente.
Bisognerà aspettarlo il sole.
*
Occhi, non vedo che occhi.
Grigio caffè bluastro brumoso,
Verde fumo e caffe' profumo.
Sogno treni e sofà, occhi
e sussulti. Vorrei dormire
senza sognare, come fossi blu.
Le valigie di Mary Welsh sono sinceramente di cuoio, come il suo cuore d’altronde - di Salvatore Pietro
Lo sapevano tutti
costruivi meridiane elettriche
la borsetta aperta
a prendere pesetas
ed io
ti pensavo
con le valigie alla stazione
diretta in Spagna
Vado
a pescare girini con le finestre aperte
Vado
a scuotere d’orbita la corteccia del frutteto
Dove
Ermete
tentava ripetutamente di allontanare i corvi
Dove
Branchi di Acacie
perdevano il senno,
e rapivano bambine di corrente
Come la canzone
“…Alberi di Vimini intrecceranno
mia figlia
ai cancelli del cielo…”
Non perderti
l’atmosfera con i suoi colori primari
il resto è germoglio
..
Dimagrisco come
sterpaglie
a cena
il prato servito nelle fiamminghe
ho scoperto
che le cicale contengono IntroSpezie
Dimagrisco come
sterpaglie tra sassi
“patate nei campi
e quarantotto vermi oggi
sono vitamine
Ran
i giapponesi hanno perso ancora
Totoro e kabuki
nel mio guardaroba color perdono
che poi
finisce per spegnersi
del tutto”
..
Il treno Scuro non attraversa più Aragon
“conosce un colore che possa coprire il nero?”
Certạmente,
Il Vuoto.
Dạlla vitạ in giù
divorạ ạnche
le chiạzze solạri.
“intende i brillamenti?”
intendo lạ luce
che mi ạccecạ
quạndo
non curạnte
ạccạvạllạ le sue gạmbe
Andy Warhol’s Suite - di Andrea Rossetti
Era una nuvola cobalto
quella che scese in obliquo ammaraggio
a fare cometa la
cinquantunesima stella.
L’undici settembre
(il sette sarebbe stato almeno
più musicale).
Si faceva l’amore in altri tempi,
noi come conigli addormentati tra le braccia
dei fantasmi dei campi di granturco,
e come ti spogliavi tu, nessuna.
Fotografare un libro per leggerlo davvero,
come gli strani volti dei danzatori crepuscolari
sotto le luci stroboscopiche,
prima del grigio vaporetto mattutino.
Normale è l’abitudine al ritorno.
E poi lungometraggi di nulla,
documentari dell’appostamento
di noi registi ubriachi alla leggenda
dei coccodrilli albini delle fogne.
Ricordo il tocco della lingua tua sul mio palato:
serve a farmi coraggio
nella misurazione trimestrale della decrescita della spina dorsale.
Ora non ho che caramelle alla menta.
La prima vera è falsa per natura.
Gli occhi mi servono ormai per ritagliare
modelli in scala della vita in carta riso
dove accampare cenni di pensiero,
più rapidi soltanto e più discreti
di quelli che hai conosciuto.
Un origami bidimensionale non vacilla,
ci dicemmo sospettando quel tanto
che basta per non essere stupidi
– ricordi? -
appena poco prima di soffrire.
Perché le lacrime sdraiano sul viso
il trucco disfatto sfigurando
i fingitori, i fini
dicitori con voci di velluto.
Eppure siamo pittori, mestiere di colori, di compiuti simulatori, e in
fondo
a ogni mostrare l’anima sta un mostro.
Ce ne andavamo tristi e manieristi,
con tagliole eleganti come scarpe
e labili memorie
del sole raso al suolo.
Se il fumo bianco delle sigarette
servisse per arrampicarsi al cielo
noi avremmo vissuto quei giorni
angelicatamente.
Ci pensi? Dio potrebbe
fumare senza
rischiare il cancro.
Erano televisori spenti
quelli che caddero ingloriosamente,
da mano incauta di bimbo speronati.
L’undici settembre
(il sette sarebbe stato almeno
più musicale).
Ezequiel - di Gianluca Galanti
“Solo facendo di se stessi una bestia ci si sbarazza della pena di essere uomini”
Ezequiel era pallido, come uno che aveva appena donato il sangue. Una specie di albero malato, il torace bianco striminzito i capelli un arbusto mai visto, gli occhi fossili pendevano sugli zigomi la bocca era cancellata. Non che Ezequiel avesse cose da dire o da guardare, no. Aveva già visto tutto, e troppo in fretta: i suoi occhi giacevano consumati dal disuso, la bocca era stata fagocitata, persino le mani sembravano stanche e corrotte. Le cose lui le aveva già tutte viste e toccate, assimilata ognuna e stipata sotto i primi strati di epidermide, inglobata e ridotta a ricordo, a sensazione. Ezequiel era egli stesso una sensazione.
L’arbusto dei suoi capelli era cornice depravata al suo viso da eroinomane, le gambe scarne e l’urgenza di morire rendevano impalpabile la sua essenza.
Ezequiel conviveva con aids al primo stadio, avevano un monolocale in centro: intonaci scrostati un divanoletto e tutto il resto. La vista dava su un muro.
Ogni mattina alle otto, appena sveglio, partiva la prima dose. La associava all’odore del caffè. Era da sette anni che il vicino lo svegliava con l’odore del caffè. Ezequiel, steso sul divano, inaugurava la sua nuova giornata cercando vene sane. Poi niente, fino alle tredici.
Normalmente rinveniva grazie all’odore del pranzo, oggi carbonara pensava, poi insalata veloce, inodore e ipocalorica. Il vicino amava tenersi in forma, pasto leggero e mille altri motivi perché Ezequiel lo odiasse.
La scimmia dormiva a quell’ora, fu l’odore del caffè a farle perdere la pazienza, erano le quattordici.
Ezequiel appeso all’ultima vena buona, il vicino che esce, l’odore del caffè, poi niente.
La scimmia si dondola sui rami del cipresso, scivola giù, come una scimmia, tra i rami. Ezequiel la ritrova accucciata come un feto morto tra le radici materne di un albero qualsiasi. Erano le diciassette, l’ora di uscire.
Escono, Ezequiel la scimmia e aids. Buio disney, neon depressi e passi stanchi. Il citofono sudato del pusher:
- Chi è?
- Ezequiel
- Sali.
Le scale ,la porta.
- Duecento
- Siamo a seicento così, quando mi saldi Ezequiel?
- Posso farne una qui?
- Si entra, ma fai presto, c’è Emily di là.
La luce malata, pareti con tinte oscene. Una biondina sfocata in maglietta e piercing al sopracciglio pendeva da un lato. Pareva la torre di Pisa, la torre ubriaca.
Ezequiel fece la voce buona e disse ciao. La torre si raddrizzò, non rispose, mise le mani nelle tasche. Ezequiel si finse Ezequiel e lo fece meglio che poteva. Seduto sul tappeto si ornò di fascino orientale, accese l’incenso e una candela. Preparò il set, prese la scimmia e partirono insieme. La torre di Pisa li raggiunse incolume, s’incontrarono a Nowhere e sembrò che si conoscessero da secoli. Sudarono sangue e orrore, fu gridata tutta la solitudine umana e parve bestemmia, la bestemmia dell’amore malato e i suoi figli orfani con i loro sogni mancati a contendersi il mare o anche briciole di normalità. E tutto divenne liquido, tutto sembrò di nuovo impalpabile, come la solitudine, tutto esplose nell’ultimo singhiozzo ladro. Esaurirono l’amore rubato nel momento stesso in cui le loro scimmie furono viste andar via, ognuna per conto suo, con passi frettolosi e vergognati.
Non capirono, come ogni giorno non capivano.
Ma non importava, contava solo raschiare, scavare quel muro con le unghia, sempre più a fondo, sempre più a sangue. Per un attimo meno soli, ma forse più soli di sempre.
Si guardarono per sbaglio mentre lui usciva, lei pendeva da un lato ma gli sembrò bellissima.
Anche quella sera Ezequiel fu a casa in tempo per la cena del vicino.
Una cosa piccola ma buona - di Alessandro Franchina
Questione di giorni
di ore [e forse neanche quelle, se la pensione
gronda sugli sfrontati canini d’eredi genetici (qualcuno li chiama figli)
e l’estate è un parcheggio e -non bestemmiare mamma a dire ferie
che devo lavorare e l’ospedale, sì, è un posto giusto per la tua artrosi
e poi conosci altri vecchi come te-]
e l’abitudine evolve in metodo,
il respiro sincopato dalla candeggina
s’ammolla assuefatto ai ritmi cerebrali
amniotici, le vertigini, in finto marmo liscio
di barelle che sgommano vocianti,
cedono il passo alle piroette meccaniche di labbra
e nicotina da multare matantochissenefrega,
le panche sparute, i visi diruti dei parenti senza escrescenze dentali,
sono acari incrostati al cuscino lordo degli occhi
che tanto batterai una volta a casa,
magari con una poesia febbrile,arsa da un sabba d’indolenza,
incubata da metastasi brutali d’illacrimabile tristezza
ma fintanto che sei qui, continua a consolare l’umido cadavere
d’un dramma sulla similpelle con rotoli di carta ben assorbente,
non vorrai bagnarti il culo,
che tanto è giunta l’ora d’un surrogato di caffè
con cui ustionare dieci minuti buoni di tedio universale
e non pensi che, se fossi cento metri avanti
a quest’ignavia primitiva di secondi centellinati
all’appetito onnivoro della schizofrenia,
non mortificheresti palato esofago ed enzimi comunque salariati
con quella brodaglia d’autolesionismo
ma almeno, e lo si ammetta pure, c’è più tempo;
tempo per leggere, martoriarsi le unghie, scaccolarsi senza verdetti,
farsi una sanissima sega trasfigurando l’infermiera racchia di turno in amazzone fulva,
infilzare, col bisturi lapalissiano della malattia, i virus nell’anima,
credere in Dio, non credere in Dio, credersi un dio, ricrederci ancora,
sentire una fitta ai testicoli mentre pensi di crederti un dio, confutare le ragioni dell’agnostico,
scrivere un distico eretico col metodo pelvico,
distendere i muscoli e slogare i ricordi, ricordarsi di ricordare alla propria coscienza
di questa vacanza da sé non ricordandola affatto,
legare con la propria solitudine,
soffrire, soffrire, soffrire e sopportarlo,
curarsi o morire,
capire che è meglio curarsi.
Questione di minuti e le strette di mano dei medici, l’occhiolino
dell’infermiera racchia di turno e una diagnosi nuova di zecca,
riposti con cura nella valigia con mutande e calzini,
le narici bruciate dal cloroformio, gli occhi ubriachi di desolazione e
d’inferni assortiti scansati per non scottarsi oltremodo e
da vomitare, cinquanta metri oltre l’accettazione,
su d’un quaderno nascosto dentro al cruscotto impaziente,
saranno inghiottiti da un tappeto d’asfalto che sfuma lontano.
In tasca mi resta soltanto una mela, illibata delizia
d’un rancio d’oblio, con cui, la sera, dalla finestra d’una stanza
ammorbata dal cloroformio,
imitavo (cosa piccola ma buona) il morso del mare al tramonto.
Nemmeno una risposta - di Antonio Koch
E chi ha detto niente?
Tu ed io, o viceversa,
per primi, allenati a non rispondere
a nessuna domanda, più verdi
di una foglia d'insalata centrale
e come lei vegetali, semisolidi,
gocciolanti: traditi da denti
alti e bassi, più che altro femminili
che spezzettano ciò che conoscono meglio
e mancano, si dilatano, si ammorbidiscono,
si fanno vivi, ci terrorizzano
con i loro silenzi odontoiatrici
tutti particolari. So che tu fai arte
dal mal di pancia e t'immagino
a camminare sul ciglio di questa strada
tutto polveroso, in avanti,
e mai assuefatto a niente.
L'ospite - di Paolo Gentili
Ai margini d’una città, sul greto d’un fiume, tra rottami arrugginiti e rifiuti, mi scavai un giardinetto di lattughe, fagioli, pomodori. Era d’autunno, e ferivo la terra con una lucida zappa: il nero odore pungente inebriava il mio cuore più d’un fiasco di vino.
Il tramonto era l’ora più bella. Il fiume s’ombreggiava di viola. Il cane aspettando la cena fiutava l’aria fremendo. Dal tetto della baracca cadevano fili di paglia. Sulla porta fumavo una cicca e ascoltavo. A poco a poco il fiume si fermava.
Sul ponte una sera urlarono i freni della corriera. Scaraventarono fuori una valigetta di cartone, una ragazza di stracci. Poi ripartirono sbattendo le porte. Sul ponte di notte bruciavano i fuochi delle puttane. Come zanzare fiutarono carne arzilletti acquirenti vespertini. Ma la ragazza scese zoppicando la straducola storta tra i cespugli e le immondizie. Era sudicia e nera: di lontano puzzava già di fa me e di tristezza. Il cane abbaiò disgustato. E s’accucciò sbuffando al mio richiamo. L’ospite silenziosa baciai su una guancia amara come una foglia. Il cane traballando se ne andò a pisciare sull’orlo del fiume. Accesi la candela. Tagliai pane, salame, e disposi le fette a fiore nel coperchio d’una pentola. Per bere il vino avevo anche i bicchieri. Zitta, seduta sulla valigetta, guardava il fiume l’ospite meschina, però aveva fame, e mangiò tutto, col pane che avevo, e pomodori, però senza sale. Dormì dentro il mio letto, ed io per terra. L’ascoltai respirare nel suo sonno, e scivolai per cunicoli azzurri in sogno verso un lago cristallino.
Quando uscii col carretto la mattina dormiva ancora, buia nel mio letto.
Al mio rientro sul ponte trovai una piccola folla e polizia. Dopo un po’ ripescarono un fagotto d’acqua morta e qualche straccio, intorno a un fiore nero.
Handmade jesus - di Francesco Ghezzi
Poesia Cosa Me Ne Faccio Di Scrivere
Sfogliare pagine a stomaco quasi vuoto
ricopiando Rapito- non era Dickens-
grammatica inglese da bambino nella cucina fumosa di mia nonna
fioco calor di stufa, campanella nel grigio,
ossa di farfalla
prima delle Guardie Rosse della demenza senile
oh, voilà, il mio Movimento Spirituale di Estrema Destra-
specchio specchio quanti sono i miei desideri
la fama- no, di quante anemie avrei la colpa
ho dormito con il pupazzo tutta la notte
un bacio gelido sulla guancia gelida
luce detta anche la Fine della Musica
la morte era una palla di gomma nera adornata di fiori
pallida Kali- è per toccarti meglio sotto i vestiti-
tutto oro quello che luccica
le parigine pigolano nei cappottini
mi pettino con le mani,
ho fatto i magici studi,
dove posso arrivare continuando così
in tempo per essere il 6 novembre al Quartiere Latino
aspettando che nasca la bambina di R.
Assenz(io) - di Alessandro Ansuini
Chi avrà memoria delle processioni notturne
Mentre le belle-di-notte battono i petali
Maggio affogato come dita in un bicchiere d’olio
Grilli e campi di girasoli
E la mia ombra su un muro come una gigantesca
Curva annerita gru
Se anche da lontano potessimo trattenere il respiro
Nello stesso momento
Saremmo comunque amputati
Ma melodici
*
Tutto è disteso le mie mani calme
Carezzano le lame dei tuoi seni
Nascono prodigi e uragani
Da un sussurro
L’avresti detto mai?
Piangere come una colata di nettare
succhiare il favo inconsapevoli
che porteremo il suo seme altrove
*
le stelle punti di sutura sulla pelle della notte
schiena enorme d’una negra
accovacciata a schiacciare pianeti
come pidocchi
*
fatti frugare sotto la gonna degli occhi
i miei sono le dita pacifiche
che ti carezzarono le palpebre occupate
prima della nostra venuta
*
mi sta crescendo dentro una muta desdemona
ansiosa di possederti i fianchi
- impaurita
molle fragile venere tu
costruiscimi una casa attorno
con le absidi delle tue costole io
non riesco a dormire da solo
*
imitiamo la vita delle bambole
narcotici floreali a penzolare dai balconi
come gambe di bambina
le dita necrotizzate in fila sotto i cuscini
schiena a schiena l’uno all’altro
dentro ampie cave dove rantolano
tutti i gatti grigi e il sottovuoto
dove ci conservano gli organi emozionali
*
vorrei asportarmi le palpebre per non imperdirmi
vorrei poter respirare solo della tua anidride
vorrei nutrirti come si nutrono le orchidee
vorrei essere solubile per farmi impiantare nel tuo
midollo
se tu non mi guardi io non riesco
a fare la fotosintesi clorofilliana
ed è come se avessi una sete perenne senza gola
né bocca per potermi guarire
Rosario meditato - di Rossella Dimichina
“hai forse mangiato dall’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?”
(lunedì e giovedì)
accolto e innestato
riconosciuta l’agave preannunciata
sulla soglia di Zaccaria
ecco tutte le benedizioni evaporate
poiché il raggiro della carne era già in lei
come un’agemina di sangue e ferro (1)
“non c’è l’ombra delle colonne
inutili a sorreggere un cielo senza sguardi rivolti verso
ascoltate me, che sono
ed emerso come l’anima umida di un iceberg
ora
lasciate venire a me i bambini poiché loro sono i vuoti da cui imparare” (2)
(martedì e venerdì)
sulle labbra i vini poiché quello che è
pestato venga bevuto e ricordato come morto
mille bambini in cerchio le spine gravi
tra le dita puzzle del pregare
a formare l’immagine verde
dei soli ulivi risolti nel covare se stessi
in piccole uova verdi per ungere
i legacci dell’umanità (3)
-
scoccata una freccia
colpisce una guancia
(cade qualche sangue)
dal cielo d’annunzio cala all’amo
volantini avvolti di monete
che poi rotolano sino a due soli piedi scalzi (4)
-
strappate i manifesti
wanted
è stato trovato alive
nostro signore dei presuntuosi e dei bugiardi (5)
-
àncora calata
a legare una morte che
dondola
dondola
dondola
(tu oscillerai in eterno e ad ogni estremo ci sarà il mondo a ringraziarti) (6)
-
"io sono colui che riceve
la schiena infranta di tutti voi
sulle righe inflitte in me
scriverete le vostre parole di innocenza” (7)
“sono la vergine che ti ha contenuto ed ora
scateno temporali sotto le ciglia per i tre terremoti
del corpo” (8)
-
il pittore è stanco e vede appannato
la sua modella è immobile su un divano in salita
lei è stata portata con fatica lungo
otto gradini
come un pianoforte scordato
(riposa dopo il lungo solitario)
il pittore è stanco ed ha disegnato il salire monologo
- (9)
si dice che il cielo fosse rivolto al buio
e le cartomanti leggevano tragedia
nello scontro tra sangue e tuoni
invece sbocciarono tulipani bianchi nel cielo
e nelle bocche dei bambini nacquero
pesci azzurri e piccoli uccelli bianchi (10)
“essa sarà madre di tutti i viventi
bevetene e mangiatene tutti” (11)
(domenica, mercoledì, sabato)
costruita una stanza senza dimensioni
in cui possa adagiarmi nei soli angoli
del mio sorriso
come una sala d’attesa
t’attendo anestesia finché non gocciolerai
attraverso i fori delle ferite
poiché voi m’avete morso
il solletico si mischiò a saliva
e sul terreno di questa stanza senza dimensione
disegna l’illusione d’avermi ucciso (12)
-
attesa
attesa
attesa
siamo
tutte
donne
gravide
pietre
in corpo
spostate
le pietre
rivelati
i parti
trigemini i giorni
ecco
viene
- (13)
“apparecchiate la tavola della lingua
imbandirò per voi involti di me
ecco a voi la mia lingua
succhiate
perché non vada smarrita
e dai polsi gocciolo l’odore
accampato ora nelle vostre narici
andate segugi
scovatelo ovunque sia
nei portici delle città curvi come punti di domanda
e lì baciate quattro muri a congiungersi” (14)
-
sono la sposa di mio figlio incoronata di dodici stelle smussate
cammino scalza lungo i bordi della luna (15)
(poiché nessuna carne fu violata nessuna carne sarà violata) (16)
NOTE:
trattasi di una rappresentazione in simboli del rosario. è diviso in tre parti: ovvero i tre misteri, gaudiosi, dolorosi, gloriosi. non so nulla dei recenti misteri luminosi, quindi mi sono astenuta.
1- qui il momento della concezione, quando Maria si reca in visita nella casa di Zaccaria, padre di S. Elisabetta, che riconosce la Vergine come madre del figlio di dio.
Il “raggiro della carne” allude alla verginità e l’”agemina di sangue e ferro” rimanda al destino in croce misto di chiodi e sangue (l’agemina è un intarsio di fili o foglie d’oro e d’argento nell’acciaio)
2- parla Gesù, in un tempio in cui le colonne sorreggono un cielo ancora vuoto perché Dio non era ancora rivelato.
3- Ultima cena e preghiera nell’orto degli ulivi, in cui le uova sono le olive/preghiera che salveranno l’umanità
4- Bacio di Giuda e pagamento dei trenta denari
5- Prospettiva dei soldati del governatore. Gesù è visto come bugiardo.
6- Suicidio di Giuda, al quale il mondo dice grazie per essere stato strumento del sacrificio salvifico di Gesù
7- Parla Gesù durante la fustigazione (le righe… )
8- Parla la Madonna che segue Gesù portare la croce e cadere per tre volte (i tre terremoti del corpo).
9- Il pittore è Dio che osserva la modella (la croce) portata lungo gli 8 gradini della via crucis
10- morte di Gesù
11- Gesù ci affida Maria come Madre
12- Gesù nel sepolcro, dove vive i tre giorni come un’anestesia
13- Parlano le donne che trovano il sepolcro vuoto, la parola “attesa” è ripetuta tre volte, proprio a sottolineare che Gesù è risorto dopo tre giorni (idem per i “parti trigemini”)
14- Gesù parla ai discepoli e li incarica di diffondere il suo odore (la sua fede) nel mondo e li invita a costruire chiese (“baciate quattro muri a congiungersi”)
15- Parla Maria assunta in cielo
16- È una mia prospettiva personale che riguarda l’assunzione di non violenza della religione cristiana, perché poiché il corpo di Maria non fu violato nell’atto del concepimento, nessun corpo dovrà mai essere violato.
CITAZIONI:
-la prima frase è tratta dal Libro della Genesi, 19,20
-“temporali sotto le ciglia”, tratta da Appena, di Alessandro Ansuini, ed I figli belli.