A cura di Alessandro Ansuini e Silvia Molesini
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i figli belli
Officine Letterarie Ansuini
Rimbaud
Silvia Molesini
Smith & Laforgue
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TELA STINTA, QUADRO PROGRAMMATICO - di Elena Monti
[Non mi guardare,
non impietosire i miei duri affetti,
non mi occorrono lacrime, mi occorre sangue.]
Hamlet W.S.
Tu hai il colore di una rondine interrotta
le ali
a fluire impazzite
fino al tronco delle spiegazioni, graffi- tu
mi indichi quanto sia reale il gelo
sul pavimento, l’invernale presenza
da farmi scivolare gli anelli dalle dita,
come occhi prensili.
- Dalì rimpinguava il pallore
il collo sincronizzato della moglie
di schiena sempre di schiena
incastrava
foglie nei pigmenti.
Dalì viveva di primavere-
Adoro le spalle
quando si alzano alla ricerca di qualcuno
le scapole attraversate dalle bretelle
delle canottiere
i polpastrelli a cercarne l’uscita-
il pennello sporco di blu a scivolare
su tutta la curva- e dimmi
cosa te ne fai di una mano nuda
che attraversa il dorso
di quell’intenzione, potrebbe forse
non frantumarsi?
Il cielo in una dalia
controciglia rimane attaccato
all’impressione
e cade solo se mutato, la potatura
delle albe rivive agli angoli
ai becchi
delle cornici coralline dei quadri
e incastra la visione - bastano le unghie
a mozzare il respiro
dei gesti.
Attraversami. Eri il silenzio e la caduta
di una candela accesa - mi sentirai
sbiancare
come una noce di cocco nella bocca
con i cani randagi che abbaiano
per l’inconsistenza dei morsi e
la fame in casa
la carta da parati tonalità intestino
le spinte anoressiche
alla sedia a dondolo - lucciole
instabili
da trampolini infermi e che sia
la colonna portante di un dentro
crocifissa tra la seconda
e la terza costola di un ripensamento
a immaginarti sarcofago incustodito
di un giorno qualunque
tavolozza privata dei miei occhi.
- Dalì ti avrebbe dipinto chiuso
in morsa fetale
con uno sfondo di mare
i capelli senza vita che trasparenti
subiscono la forza del niente
le gambe e le mani strette
congiunte a formare una croce
e dentro la croce
colui che chiami Gesù a viverci dentro.
Dalì mentre avrebbe dato vita alle spalle
si sarebbe fermato
e ti avrebbe detto: hai lo sguardo
dello stesso verde
che riveste, talvolta, le lapidi.
L'ATTESA DI GIUSEPPE - di Denis
Mio caro compare ci sosteniamo a vicenda, nella pia illusione di stare impiedi, so che poco ci vorrà per salire al piano superiore, sulle stelle, so che molto ci vorrà per guarire la nostra natura. Balla di fieno, rotolo per il campo che ha ospitato i miei sforzi di vomito. Non è possibile caro mio, Maria non mi vorrà. Se credi che non ti stia dicendo la verità ti sbatto in faccia i miei occhi stravolti. Resta remoto il tempo in cui fui contento. Ho paura di parlare, sono pigro... E mi piace sopperire ai miei doveri. Sono stato giudicato come drogato, sulla mia narcolessia e che ti devo dire ora? Genìa assecondatasi al Mondo, è l'uomo. E chi è questa donna ebbra e sfatta? Perché mi sorride? Sono solo di nuovo, e non me l'aspettavo. Quando Maria verrà da me ne sarò sicuramente stupito. Quando Maria mi vedrà sarà mesta. Poche volte a un vecchio è concesso di toccare. Proprio per questo, molto è in me il vuoto da colmare. Quando dovrò esalare il respiro più importante, voglio una donna che mi pianga più forte di quanto lo abbia fatto mia madre, il giorno in cui mi ha messo al mondo. Quel giorno vorrò polmoni giovani, che possano gridare forte e capelli neri che vengano strappati per sofferenza. La sofferenza data dalla mia morte.
Lasciami qui, lasciami dormire, sognare ciò che temo non sarà, mai. La luna non c'è, non può svegliarmi la sua luce. Posso consolare il mio sesso, all'oscuro. Al piacere che quel dio mi diede per tenermi agganciato alla vita. C'è luna nuova stanotte, so che potrei dormire con gli occhi aperti. Alla libera aria. Domani ci sarà banchetto, domani ci sarà amore, di una vergine già mestruata, di una piccola donna. Il mio sangue circola, sono vecchio ma ti posso ancora vedere, ti sembrerà che l'età sia una scusa della natura per far amare solo i giovani, chi ha bellezza. La vecchiaia, unica sorella della morte, esige da sempre che noi decadiamo prima di morire, affinché ci sia meno rammarico nel lasciare il mondo. Non darmi però la morte proprio ora, che son ringiovanito...
La mia sbronza così evapora caldamente dalle narici, dalla bocca, dal mio sesso nudo. Nel campo non c'è nessuno e posso qui immaginare di essere l'unico uomo nel mondo intero, e soprattutto potermi per questo, sentire contento. La notte fredda, ma amabile, mi ha portato fin qua, dove risiede la mia confusione, la vecchiezza di un esistere insipido: quand'ero piccolo mia madre diceva che c'è chi sorveglierà per sempre, oltre a lei, la mia vita. Finanche nel deserto. Qui si amplificano gli echi delle città, e dalle tende piccoli fuochi riscaldano e indicano la meta per l'errante, i profumi del cibo guidano le narici del lebbroso affamato, dell'orbo che vaga nella sua notte eterna. Io so che l'amore è un insieme di neve e fuoco. Bene e crudeltà. Carne e respiro. E allora torno a te Maria, cosa viva come il canto che accompagna i pastori, quando portano le bestie al pascolo. Al solo mio immaginarti sento la musica, gli zoccoli del mulo che avanzando battono i ciottoli. Fino al battito del cuore uguale in tutti gli animali. La voce degli uomini, il crepitio del fuoco, lo sciabordare dei torrenti, il crepare e il disciogliersi della neve in primavera. Vorrei restare qui per sempre: Non venire sole domattina, mi basta così! Tra il lavoro del vino e il fiato condensato che si dirada, le lacrime mi scendono. E se non scendono le tiro fuori io a forza di spingere. Il mio cuore agro in tutti questi anni si è indurito come il legno che lavoro, ma non ti preoccupare Maria, conosco per esperienza gli attrezzi del carpentiere, che chiamo per nome come figli. Poco tempo mi è restato, per cui sopporterò questa felicità, questa malinconia.
Si compie la notte e mi assopisco nel sonno. Mi addormo in chi ho inventato, in chi desidero vedere, in quel dio che mi è stato presentato da infante. Ho paura, ho il presentimento che da domani, io non possa essere felice mai più. Perché per esserlo, ho ora creduto che il tempo dell'uomo, non esista.
(Da: Vierte)
LA TRATTORIA MODESTA DI PRUFROCK - Di Prufrock
...il panorama diventa sempre più bello. si gira la testa del vallone: la strada è tagliata negli schisti calcari denudati, con aspetti di alta montagna. si attraversa in trincea il valico della Forcella, chiamato anche (km. 30.8) della Madonna della Neve m. 876, scendendo in un valloncello a cedui di faggio, deserto, finché si apre in più ampia conca sul piano dell'Aveto, dov'è il povero gruppo di case di Parazzolo, poi quello di (km. 35.3) Cabanne m. 815 (trattoria modesta)
1
a quel vento storto che
marzo accarezza e rettifica
l'indumento appartiene senza segni né
pieghe.
solo quel lieve costante incanutire dell'orlo
che l'occhio inesperto valuta -
senza errare - come un riflesso provvisorio
2
il fatto che l'orizzonte ad un certo punto (ma
dove?) si chiuda e asciughi l'abisso -
il fatto che ad occhi serrati le mani
fanciulleggino sui fianchi dell'abitato -
il fatto poi che tra queste case io nacqui,
presso quella linea che (ci) interrompe, ma
non bruscamente, solo con un lieve fervore di stanze vuote, trascuralo
3
non eludere l'inespresso è il consenso alla
vita -
l'apparizione, l'epifanìa, i tecnicismi del volto,
la combustione, la rigidità della voce (e
forse altro che non mi appartiene o non dico)
esprimono il senso univoco della corsa
il rettilineo immobile del sorriso
4
è un episodio. forse singolare, o forse soltanto
inatteso
questo arginare meticolosamente la fuga
perenne in avanti dei corpi. o forse
una svista, un goffo lenire
l'attesa che la memoria produce e nasconde
5
se si potesse perdonare (ed espiare)
il male non commesso
ed insieme con una traccia di sorriso
non sottrarsi ad esso
terrei nota con agile scrittura
di un'inesistenza, o forse solo
un'apparenza che senza pesi o
maschere chiameremmo:
peccato di gola
6
illude o elude?
(lo chiesi discostandomi)
non conclude l'episodio, introduce
una risposta scagionante mi giunse
(solo apparentemente staccato dalla carne)
7
(ti) descrissi dunque il paesaggio,
ascetico tra le scapole collinari, (noi)
così in alto - lo sguardo afferra anche
la canicola che balza tra fronda e fronda ed
impegna la brina che (ci) scivola a valle
8
ora s'adagia, talora s'insinua
ma forse è soltanto un'orbita
che d'un tratto si spezza
e c'è un'ora - quella del levare -
che solfeggia un vuoto
un mancamento del respiro
ma poi tutto torna come prima,
con una sacralità circolare
ed i battiti si fanno regolari
nell'incompetenza dei pensieri
e aggiustare la (tua) mira è più semplice
saldare la frattura e quindi riadagiarsi
ricomporre le membra (il panno serrato
fra calotta e mento)
in un provvisorio spossante riposo
9
e ancora quel vento storto, sgrammaticato,...
l'afa che (ci) scompone...
l'affannoso recupero del respiro...
prima che sia troppo tardi e si torni
per sempre
(inespressivi) bambini
10
il pasto venne servito freddo
- la locanda era modesta, lo recitava
anche l'insegna senza pudori o
ipocrisie -
oltretutto spingeva una brezza
l'argano vuoto delle parole
e le posate spaziavano tra le bocche
in un gesto di semina
sotto
(la veranda s'apriva su un paesaggio
a cui aspirava ancora quel vento storto che
stordiva l'apparenza di un conflitto, i vestiti
induriti, l'incanto della - nostra - assenza)
la lena di inutili similitudini (sentiero / vita, torrente /
respiro, vuoto /moto, ....)
caricava le spalle, appesantiva la sostanza,
induceva l'appetito a intenti diversi, e forse
era soltanto un frammento sarcastico la rifinitura
della tovaglia: quell'orlo rattoppato proprio lì, ad
un fiato dai fianchi.
comunque nulla fu lasciato al caso,
nemmeno i piatti vuoti che al mattino
una mano ritirò e il cibo che si ebbe la cura
di deporre sotto un rovo, la sera, non visti.
11
asciugare l'abisso, scrivevo, l'orlo e
l'orizzonte, la frattura dove s'infittisce
il faticoso riposo, ...
asciugare, ma non colmare
12
ma chi, o cosa, fiutò tra i rovi
il pasto e lo divorò?
non ricordo bene
se tornai sui miei passi quella notte;
se la mobilità lunare introdusse
l'avanzo come il frammento più
significativo di un'appartenenza
ricordo solo una calma assoluta e
l'appetito, in quel buio, saziato
13
sfiàncati. una traccia resiste dopo la fatica,
sui reni o sui seni dove hai piegato il corpo.
dove insistono lenzuola sgualcite
e desiste la netta sensazione di un sonno profondo e ininterrotto
14
aspettando il disastro
quando la luce verrà fatta brillare
ed i corpi esiteranno dove si allunga
il confine.
a poche spanne
in una penombra di pensieri
sarà una lieve isterìa, una transitoria penuria
di moto
poi tutto ci chiuderà
un fitto di rose vuoto aliterà,
in un buio, ci trapasserà.
senza dolore
15
ma questa è un'epoca di risvegli che rifilano
la vita, accorciando le pagine,
divorando il testo pigramente, lentamente.
passo dopo passo, taglio
dopo taglio.
(ci) sopravvivono frasi incompiute,
lettere mozzate, sensi fraintesi,
metafore smorzate ...
per affidarsi - senza sponde - al rollìo dell'intuizione.
16
quei rovi frugati dall'insidiosa ambiguità lunare e
- forse - la caricatura della mia mano e
- forse - l'andirivieni dei denti, un masticare
sì storto e singolare sugli avanzi di un corpo
un sapore nella bocca privo di identità
nonostante questo ti riconobbi in un
desiderio di sazietà, in quella fuliggine chiara
ed impalpabile che si insinua tra dente e dente
e infastidisce solo nel parlare, nel moto vuoto
della mandibola che si fa breccia nella memoria
(arginammo con artigli e pause il resoconto
collocàti l'uno di fronte all'altro, le bocche
serrate)
(fu di te che mi feci beffa e cibo la sera in cui
una corrente lunare mi attraversò, lasciandomi
solo, vezzeggiato, col ventre gonfio)
17
ma tu non sfogliarti, non dire che in fondo
il nutrimento è l'estrema risorsa animale.
(fuori piove, beccheggiano i vetri)
c'è dell'altro che stupisce i volti, li indietreggia,
li esprime in un'attesa ironica e ripugnante,
li scalza dall'impugnatura di un sorriso o
da un senso scosceso.
e accade talora che l'esperimento riesca solo a
metà
- non sapendo dove tu inizi ed io mi concludo -
(ammessa un'unità o un malinteso sui confini),
e allora da quella folla di rose le spine sporgeranno
fino a ledere - o lenire? - la rigidità dei corpi.
(fuori il nodo che t'appare di un'unica serpe,
attorcigliato sul selciato brulicante, e che non
sciogli perché sai di un'unità ingannata)
fuori
al di là di quei vetri smerigliati che colorano le cose
e che ora il battito perentorio pietroso
è sul punto (eccolo!) di frantumare in schegge
di restituire al volto accarezzato il volto reale
scolorito, permeabile, transitorio, carnale.
(fuori, ancora, ma dove?, si snodano ora due corpi
culminanti in una fitta di sole
privi di sangue, privi di quell'esercizio circolatorio
che muove le cose, ne traccia i confini,
conferisce materia alla pena dei pensieri)
ma tu non assestarti o arrestarti
alleggerisci il tuo peso
nella fuga, ora che puoi
18
qui su questa tavola d'assi sconnesse dove le schegge insidiano la diffusione delle dita,
e sulle dita non si posa che un gesto d'altre mani,
accovacciate ora, febbrili talvolta,
inquiete poi se avverti i tendini
allentare la dolcezza delle cose d'amore inespresse, spogliate, eppure
così trasparenti che sfuggono l'occhio esperto di chi allena l'attesa vivendo -
qui su questa tavola d'assi sconnesse e levigate con la trascuratezza di chi agisce ignorando ciò che consegue da ogni gesto, e sulle parole
incrociano
sguardi approdati ad un malinteso e quindi le bocche simulano, accavallano i sensi, sfiniscono, feriscono... -
qui su questa tavola d'assi sconnesse e levigate senza peso e barcollanti
se le dita premono sull'altrui mano in quel gesto d'allegra isterìa che sottintende, nel malinteso,
una torsione amorosa, ed i fianchi sfiorano
l'orlo, l'estremo limite della sponda, il punto oltre il quale il moto dei corpi leviga,
senza più l'insidia delle schegge,
la vita vissuta, la vita che verrà,
la nostra quotidianità
19
qui su questa tavola d'assi
disallineate
incomunicanti
vacillanti
noi
20
ma non andare, non fiutare quest'aria tesa
non concepire l'anatema dell'unità...
strade grezze si frangono tra valichi e trappole
dove sgrida la calura nel mezzo del giorno quando
- tu distante - produci una semplice estensione
della mia immobilità.
21
non bardare quest'uomo d'orpelli definitivi
[fragile insolito stinto anaconda]
non tracciare con le labbra disegni interrogativi
non alleviare quest'ansia di dissolvenza
conficcata tra le braccia di un'allevata caricatura
[le gambe arcuate, gli occhi infossati,
le ciglia sporgenti, la bocca scavata, il ventre
smagrito e quant'altro hai desiderato
io fossi]
22
se potessimo riannodare le estremità di questo
vento che ci allontana
zoppicante stormire tra fronde e vele intrecciate
la misura che ci spazia tra le bocche l'andirivieni di
veleni
le mascelle i denti quasi impraticabili alla luce
se potessimo dar fuoco a questo fienile che impiega [ed impegna] la memoria
ma tra lame che fanno pratica di consunzione sulle nostre carni
è nello stato delle cose spartirsi gesti e lenzuola
- quelle mareggiate imprecise dove la tenacia dei raccolti
è un'idea iconografica, un ritmo narrativo, una svista dei sensi ... -
una scriminatura nel mezzo della fronte
ed uno stizzito ravvivarsi
quando il ramo fruga i capelli per un'improvvisa torsione che quel vento avvia verso il punto critico
dove il consumarsi è una consistenza impalpabile,
come un dormire o - se vuoi - un brusco accasciarsi...
sulle carni speculari di un dialogo fitto e approssimativo
23
ma il tuo corpo spazia sui miei vuoti e
scivola a valle con un tonfo beffardo
fruiscimi sciupami scemami
resisterò in(e)sistito
caricarsi di un affanno è scomporti in tracce carnali
ed invadenti
un prologo che si assume come l'identità definitiva e perentoria di un inventario
a cui non segue alcuna variante o sviluppo,
una storia
che mi introduce dove le tue parole inespresse (vedi i bambini?)
hanno termine e luce
24
ma ora che ci riaffacciamo sul valloncello a cedui
di faggio,
deserto, e del tutto impraticabile,
ora che le assi (al fine in pezzi e ritorte dal peso) ci
alleggeriscono
dagli affanni delle nostre ombre
ora che le bocche forniscono alibi e strumenti
inespressivi:
bocche spalancate che ci cavano da quel sentimento accessorio dell'amore
vivo, viscerale, verticale, vorticoso;
ora
siamo all'incanto,
a quella trasparenza insidiosa d'intenti che si giocano il primato della fissità
- una neutralità di pensieri - ,
come i finti cavalli delle giostre a rincorrersi scrivevo,
["chi (ti) offre di più?"
"chi (ti) soffre di più?"]
non un canto,
ma varcata la lama un turbinio d'acque da tempo immobili e uno scricchiolio solo apparentemente
d'ossa:
un tonfo che sfugge all'udito, stagnante, ma non ai
nostri occhi, i nostri occhi inesperti,
non qualificati a minare quel repertorio innaturale
di malintesi che perpetuano l'amore,
la riconoscenza delle carni e quell'irreprensibile
lessico
che le bocche simulano in un isterico distendersi
e che approssimativamente ci fa simili ad un
sorriso
25
gli eredi mi fanno a pezzi con un ghigno,
mancando le ultime volontà.
da dietro osservo caracollare teste,
gambe divelte, viscere brillare.
mi aspettavo anche del sangue,
dappertutto...,
invece mi investe soltanto
un baluginare di rami secchi...
26
(Epilogo)
sì, così mi hanno servito sul desco d'assi,
l'impeccabile tovaglia con un difetto marginale,
presso quei fianchi dove l'esercizio amoroso allude
o chiama o illude alla fatica.
era sera. la luna, le penombre, il vento,
lo svariare delle fronde, ...
ma poco ci piacque. e quel poco fu la sola identità
che ci attraversò. ciò che ne seguì è vicenda nota.
solo quel dettaglio..., quei rovi che mi crescevano
dentro...
MALINCONIA DI DÜRER - di Nicola Leonzio
Il rintocco del vespro
sulla fine innevata del giorno
come un freddo presagio che insinua
nella cava di ferro del cuore
la presenza dell'uno.
Le candele di sego anneriscono i muri
il crogiolo sul fuoco gorgoglia
l'alambicco protende la sua serpentina
ma le mani rimangono immobili;
strumenti e metodo
princìpi ed elementi
si volgono all'assenza.
Fuori, le botteghe serrate ancora tintinnano
di lucroso bilancio
nelle case le labbra bisbigliano
di fatiche e di giorni
poi gli sguardi si arrendono alla notte nevosa
e una coltre pesante li accoglie
nel rimedio del sonno.
Vastità del silenzio
nell'angustia di strade
fino all'arco d'ingresso della quieta città
dove torri superbe
non sortiscono incanto.
Tra le bianche colline
ululati al cristallo del cielo;
un odore selvaggio mi sospinge tra i campi.
Sulla neve
la traccia del lupo è vermiglia
nel recinto violato
è un rubino di ghiaccio il sangue della preda.
UNA DOPPIA ALL'INFERNO CON VISTA SUL LEMANO - di Arianna Ansuini
Vorrei riservare una camera doppia all'inferno
Con vista sul Lemano possibilmente
Per me e il mio amico
Tiresia dalle tette cadenti
Devo mandare un fax?
(Are you my army?
Are you, are me?)
Figli di nessuna gravità
Le code assorbite
In punta di piedi
Mezzi uomini mezzi
Fiori fallici
Avremo comunque i piedi scorticati
Dal marmo grezzo avremo
Mezza bottiglia di pace negli occhi
E tutto il necessario per farci riconoscere
Senza documenti
L'impronta dei miei denti se applicata alla carne
Forma un sentimento maschio
Le tette femminee di Tiresia
Dondolano come quando Dio s'affacciò
A posizionare i carrarmatini neri
Nelle Indie e ovunque
Dimenticatevi di me, che adesso alleno.
(Maometto, tutte gambe e polmoni
lo piazziamo davanti alla difesa
adopereremo la tecnica di Cristo
lasciando libero di spaziare
su tutto il fronte d'attacco
Allah sarà fra i pali
nonostante Tiresia insista
per posizionarci
la Dea Kalì
ma non l'ascolterò
come puoi fidarti di uno che ha sempre
confuso Gattuso con Guttuso
e crede che Shiva sia
una canzone degli Smashing Pumpkins?)
Se chiederete di me alla portineria
Il Maso magro con la faccia d'angelo
Torturerà la cravatta con dita imbarazzate
Dicendo:
''Il signore è partito stamattina in tutta fretta
e non ha lasciato recapito alcuno''
La felce e il bambù si scambieranno un cenno d'intesa
Mangiando la luce serena di limone delle dieci del
mattino
Le varie tavole del kamasutra affisse sulla porta
d'ingresso
continueranno a coprire le Sure del Corano
usate come carta da parati
(Are you my enemy?
Are you
An army?)
Se solo Tiresia non volesse lasciare l'albergo
Per la lentezza del room service
E per la cartaigenica troppo ruvida
(le pagine della bibbia sono fatte con materiale
scadente)
Qui potremmo avere dimora e comunione
E cominciare a studiare un modo
Per riuscire a guardare sotto la gonna
Di quella puttana del diavolo che accavalla
Le gambe reggendo fra le dita di bambina
Una sigaretta oppiata e il lamento di una giunchiglia.
L'USCIO NEL MEZZO, ALTRO A SINISTRA -di Rossella Dimichina
sbocciate le strade per i tuoi piedi a nutrire
ti pungo rosaio di unghie spezzate
le nuvole cobalto vanno in mormorii di pioggia
nella tua bocca tino d’offerta
il cielo la navata affrescata con schizzi di cera bianca
conoscevo il prete che mi battezzò
gli chiesi –padre mi renda parte di qualcosa per tutta la vita e
per tutta la morte così che io possa rinnegare al di fuori di me
possa chiudere gli scuri e con l’avambraccio asciugarmi dalla fede-
nascondere il canto delle tue mani e cucirlo in cicatrici nastrino rosa
perché sei l’assassino in me con una chitarra in mano
visibile la notte noi a spiarla dall’oblò che galleggia stasera
stasera crocifiggeremo gli insinceri
l’uscio nel mezzo, altro a sinistra
stasera puliremo gli specchi sporchi
si fingono sogni e visioni
rivelati in smisurate cune di polvere solcate appena
dalle dita del prete che mi battezzò
dicendo –porgi a me la fronte tua porta- ed io rubata
nell’amaca appesa agli estremi del tuo occhio sinistro
la vena percorsa le ginocchia a tentoni inflitta come una spada
che cosa ricaviamo stasera? Le anche figlie uniche
-anche gesù era figlio unico- prescelte.
vieni avanti i miei graffi saranno i tagli delle pupille del gatto che tieni in mano
quando sono sola con la voce buttata come un peccato senza confessione
stasera crocifiggeremo i versi
cavallette o cigni immobili nelle stampe delle tue impronte digitali
sanguini dalla punta della lingua
-l’ho recisa come le tue scapole spezzate per ascoltare le voci anche io
degli attori in piedi nel palco sulla tua nuca-
acceso di muschio bianco scrollati di dosso l’ultima vista e le mani annullate
ti cresce tra le labbra un’ostia che –è il corpo atteso in trapianto come un terzo seno
nutrice- io senza progetti solo istinti di sopravvivenza solubile
stasera saremo chirurghi
braccia a sezionare ti taglio con la luce e ti ricucio con l’ombra in nuove
forme e nuove voci d’unico cibo
stasera saremo il numero prima di infinito
non c’è bisogno di aprire gli occhi siamo batterie al litio
-ogni volta che passi in me io dimentico ogni ieri- le tende a penzoloni
dal tetto come i tuoi capelli che io confondo con i miei perché
-l’hai notato che siamo compatibili e doppi come un desiderio esaurito?-
domani apriremo a chi bussa la porta
stasera impicchiamo caviglie
stasera impicchiamo polsi
dietro ogni portone un estraneo con una candela accesa in mano
noi le dita a risucchiare ogni ossigeno, respirami nei palmi
stasera sei un uomo in disaccordo con il mondo
-prova ad amare un’altra adesso-
autografami il piede sotto con l’inchiostro della tua lingua le mie gambe
un mezzogiorno di lancette tu i secondi circolari sistematici di non volontà
siamo un orologio in ritardo sul mondo –o vuoi precedere?- io voglio vedere
la nuca delle persone innocenti con l’attenzione per i particolari del cecchino
l’occhio al vento –c’è abbastanza vento per corrodere?-
questi giorni strani immersi nel caldo di una ventola che ti tagliava
il fumo dalle dita e salivo sempre all’ultimo momento sui treni
in particolare –non ho resistito volevo strappare al tempo le nostre nuche-
altrimenti non ti avrei mai mostrato le mie foto da bambina gli asciugamani attorno
come tu ora mi avvolgi la bocca con la sciarpa della tua mano
-credevo fossi un riflesso sul finestrino ed invece sei su questo treno a baciarmi
le labbra ecco nel mio palmo confessa i tuoi orgasmi-
mi metterò agli angoli interni di ogni strada e lì venderò
la mia anima per cento grammi di bugie scritte in chiavi misteriose
-padre assolvimi perché sono il vapore santo con dieci dita riunite in due piazze
dove un ballerino commette i suoi peccati danzando ed io con un quadro di tulipani-
sbattendo il confessionale nell’eco d’una navata rovescio calici e calici
gli ulivi neri a corrodere le acquasantiere
raccontami qualcosa che non so nel giorno del nostro matrimonio
-prendimi mio sull’oceano con la vita sotto- i bicchieri divelti noi
promesse in silenzi
stasera raccontami qualcosa che non so
stasera parlami negli occhi io rimarrò seduta di fronte a te
-lo sposo può guardare la sposa- alla fine della navata dello stretto di Gibilterra
il vento non scuote le ciglia
-io ti prendo da sempre come mia ricordata sposa- l’orizzonte non sbaglia mai strada nella sua vita in prospettiva nascosto al mondo
l’abbiamo compiaciuto troppo a lungo contenuto nei nostri sensi
custodiamo una bambina con una voce sua predetta in una pagina
le mani a indirizzare l’urlo di guardare altrove
-io ti scelgo da sempre come mio ricordato sposo-
NELLA TANA DEL BIANCONIGLIO - di Eliana Manca
Estratti tutti i denti del Giudizio
Sanguinavo Incoscienza.
Me ne stavo a piedi scalzi e
I capelli scomposti
-su quella testa era impossibile qualsiasi ordine-
Una voce già blu-notte che
Mi permetteva facili apologie d’ombre.
Rosicchiai le unghie di qualsiasi
Emozione e
Cominciai
A
Svanire.
Piano.
(Dio si è preoccupato di non esserci prima di creare ogni cosa)
Potrei dire soltanto di
Aver seguito il Bianconiglio
- forse per noia forse per solitudine-
E tutto il resto è letteratura.
(nella tana si è in perenne caduta verticale, se ti riesce descrivi le vertigini)
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“…e cadeva, cadeva, cadeva, non c’era niente da fare… ” *
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Buio.
- non c’erano stelle perché le avevo bevute tutte -
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Le voci ovattate come se provenissero dal sottosuolo.
- agli antipodi la gente cammina a testa in giù -
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Una ragazza con gli occhi ciechi dipinti soltanto
- araldo della bellezza inconsapevole -
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Nessun bisogno di possedere orologi.
- Chronos ucciso dal cappellaio matto -
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Le parole: frangette tagliate con forbici da cucina.
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“ Come fai a dire che io sono pazza? “ domandò Alice.
“ Devi esserlo” le rispose il Gatto. “Altrimenti non saresti arrivata fin qui. ” *
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Tana.
La immaginavo come una scatola di latta e
Qualcuno che scuote dentro un cucchiaio.
Rumore incessante.
Tu avevi speranze fragili e
Ascoltavi ogni passo come se
Avesse potuto salvarti dalla caduta.
Dicevi – c’è stato un omicidio di colori,
il cielo piange come impazzito.
Ricordo quegl’occhi spaventati dal nulla
Fissi vicino al vetro striato di pioggia
Contavi ogni goccia.
Dicevi –la pioggia crea tappeti di luce,
dobbiamo raccoglierne l’odore.
Ti ho vista stringerti alle lenzuola come se
Il precipizio chiuso nel tuo petto
Avesse potuto inghiottirti.
Dicevi – l’arte è pura perché non conosce mediazioni,
bisogna essere incoscienti e lasciarsi uccidere.
La notte ti sentivo parlare con i
Fantasmi come ogni bambina triste e
Stavo fermo.
Stavo.
Come chi ha paura d’infrangere.
(i vostri passi s’intrecciavano in una danza silenziosa)
Con chi parlavi?
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Ci sono alcuni morti, vedi, sepolti da secoli
- custodi dell’estrema voragine -
Con le piume nere ancora incollate per terra
-non riusciranno mai a lavarne i grumi-
Hanno occhi acquosi che io
Fisso per non lasciarli svanire e
Nelle mie insonnie si frangono come onde
-le mie domande sono a loro-
Una bambina dispettosa di nome Poìesis
Mi asserve in un amplesso puro e infinito di
Nascita e Morte
- la parola chiave è Dedizione-
Dove lei mi denuda oltre la pelle e
Io la possiedo con un organo predisposto a
Distillare ogni delirio
- favorevole all’inversione del comune senso-
Per questo ho terrore d’ogni cosa
Rischiosamente esposta come la carne o
Lo sguardo di Rimbaud a sedici anni e
Sono incline ad ogni sovversione.
Mi credi?
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“Inutile insistere, non si può credere all’impossibile” disse Alice.
E la Regina “è perché non ti sei allenata abbastanza”. *
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So che la caduta è già incisa
Sul palmo della mano sinistra in
Un oracolo di linee fratturate e segni mutilati
-fossi un chiromante ne potrei intravedere il cuore-
E che in principio si manifesta fissandosi
Centoventi volte allo specchio e
Iniziando ad avere sospetti.
Poi
Si
Comincia
A
S v a n i r e
*
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.
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“ …e cadeva, cadeva, cadeva, non c’era niente da fare…” *
* Lewis Carrol, "Alice nel paese delle meraviglie"
Guglielmo III di Narbona al poggio della battaglia - di Alessandro Madeddu
la lista della spesa innanzi tutto
che nulla si lasci al caso o a casa
15.000 Sardi giudicali armati per la guerriglia
2.000 cavalieri Francesi e Lombardi
1.000 balestrieri di Genova omaggio spilorcio
c’erano 100.000 fiorini da qualche parte
TOTALE 2,60
più l’incomputabile sul registratore di cassa
o si daranno numeri e lettere matricole
ai consiglieri militari Americani e Sovietici
con le tasse e la scienza delle finanze
perché mancano i soldi
mancano i soldi e c’è tanto da finire
SNACK 3,10 x metri di mura fortificate
ACQUA 0,55 y metri di fossato senza acqua
tutto da ottenersi mediante corvè
cosa è mai scassinare una banca
quando una banca non c’è
eccelso giudice
la città tramite tuo rappresentante ti manda a dire
eccelso giudice
essendo le casse dello Stato assai piene
ti si consiglia di aprire il borsello
per sganciare sottomesso il valsente
e similmente smetterla con simili pretese
giudice spero non vogliano 100.000 fiorini
una garanzia un pegno del tuo amore
con diritto di sequela assicurato
ne daremo e ne prenderemo mio grazioso signore
un altro terzo un tal Riccardo
sciancato dalla grazia
perse il regno ed al contrario
anche la vita ci lasciò
un altro
e ci fu chi diede soldi a un re perdente per non rivederli più
da chi si possono avere
100.000 fiorini
non sono poi molti quanti i banchieri in Firenze a tagliare i tassi di sconto
10 soldi voilà
PARIS, 3 POESIE di Francesco Ghezzi
*
214, Rue Saint- Jacques,
la stanza con letto e lavandino,
la sedia rotonda con l'impagliatura in plastica
nera da bar, piastrelle rosa alle pareti, la porta
verniciata di bianco a scaglie
corrosa dai vecchi pomeriggi
di mare livido anni '50, un vecchio
contro un muro bianco e nero e grigio,
pensando o ripensando Marie Curie l'unica donna,
per dolcezza il mio biglietto della Metro nello spazio-
io ho due asciugamani già fradici,
niente per asciugarmi i capelli,
non ho nemmeno un ombrello, se smettesse di piovere-
lo sfascio nella serratura, chiunque ne abbia voglia
può guardare dentro tutte le camere, qui-
Una ragazza al piano di sopra tossisce
l'acqua velenosa a letto,
domenica pomeriggio, shampoo,
la doccia in comune,
Lonely Planet, Lonely Planet,
piove nei freddi cortili interni,
niente da fare-
la crema idratante sulle labbra da sinistra-
il rumore del traffico attutito, incessante,
je viens chez vous- Moi, votre mère, Marie-
*
poesia composta di frasi a collage,
una vetrina tira l'altra,
Champ de Mars a mezzogiorno,
Oggi, vento freddo da portare via,
Zig Zag a fare la coda
Agli ascensori della Tour Eiffel
Una vestita di nero, straniera,
Stretta per colpa dei capelli
Tirati indietro, magra,
Snocciola a fior di labbra
Scheisse- A DIFFERENT DAY-
rue St. André des Arts,
rue de l'Odéon, Bar le 10,
la puzza di vino e il juke box
dondola fra i Doors e la chanson française,
la Galerie Jean America, il cuciniere,
l'accattone, la fotomodella danese
con sua mamma, i milionari turchi
del Kebab, in grembiule bianco,
Margherita del cuore
Vernice rosa
Trame di stoffa
Lei perfetta e non diversa-
Isterica , isterica, ti confesso,
Quando la vidi
Tornarsene indietro-
Guarda, America,
My name is Heidi Moritz,
I am a field full of yellow
Flowers by Gauguin,
Baciami sul collo-
il guardiano s'arrotola
notturno uno spinello,
bravo ragazzo italiano, volere hashish
volere marijuana volere Senegàl, con l'accento
in fondo, sull'ultima vocale, volere Rimbaud,
con la divisa nei capelli, verdi nel manifestino,
il fermaglio all'orecchio, il bacio sul colletto,
il suo cravattino storto pende
Est Ovest Senna Addio quanto sei bella-
*
Ma il coniglio di pezza triste
in vetrina giù nella Metro,
letture sulle panchine alle 2 del pomeriggio,
disco sbiadito, love me
please love me e l'amour avec toi,
sono affascinante, per altre girls come te
e finocchi a luci rosse,
io con il mio gel nei capelli,
le frasi svedesi, la gentilezza,
Oui ma mort oui ma mort
Pubblicità di poesie
Oui gridava lei intanto, a teatro, Quasimodo,
Le due ragazzine tedesche mi fanno una fotografia
Mentre sfoglio
Col gatto la macchina da scrivere
il lavandino che non c'entra nulla
- Per quello c'è il lavandino lì -
Fuori sulla sedia agli annunci scritti a mano
Appesi con le puntine al muro
Paris Paris moi I love you
This is my caress
Con la costola scollata
le poesie con le sottolineature
Di una studentessa americana,
Comprami una spazzola,
Luci rosse ma poverissime
Scarpe nuove a buon mercato
Altro che commesse da schifo-
No basta, Pierrot le fou
lucernario lavato a spugna e quotidiani stinti
qualsivoglia tazze fumate
ospedali sterili
sono vere, Santa Madonna
piscio al semaforo giallo
mettere fuori l'immondizia, mica favole-
Paris tu sei Paris lei è io ho
trentuno anni e scrivo ventisei righe,
all'asilo la fila dei banchi è triste,
solo francesine bionde da andarci a letto,
con gli zigomi alti e le labbra senza rossetto,
alla seconda occhiata
o in continuazione, parentesi graffa,
donne in grembiule stenografano-
no pasaran-
il gatto e la lumaca se ne fregano,
esangue la cera sul pavimento,
innamorato di te quantenniente-
tua, Cenerentola-
::::A dialogare se stesso con cuore incompiuto:::: di Fabrizio Pittalis
( Entra
ed un secondo è solo
senz’annuncio
sguardo assente di contegno )
<<
la mia giornata è una prospettiva in cui regolarmente svengo
come un televisore interrotto
faccia china sulla tavola imbandita
ronzinando contro i miei mulini a vento
bollicine e vino bianco
orde intere di pollame fatto freddo
calze asciutte come paste
i contrasti di mutande
fuselli che danzano come panini nelle forchette
film bianco
film nero in fondo alla notte
cascate di note su note di sonno
completamente inventate.
Non sono mai stato un esteta
Non sono mai stato un asceta
Ma son tetto di campagna.
Mai stato fiero
( non me ne vanto…)
Avrei voluto esser cielo d’ossa
per tutto quel che mi riguarda
ma una donna senza polpa non mi ha mai attirato
ho un senso dell’amore decisamente pornografico
mi ritrovo dentro a un letto nel disperdersi del dramma di un sospiro
mi ritrovo dentro a un letto a elemosinare un pezzetto di me stesso
che non sia di secco pane azzimo
non ho mai avuto fretta
d’esser crociato di sangue e d’agnello
pieno fino alle orecchie del mio dolermi
bello da tagliarmi il collo
ma del resto sono un bugiardo
sono arbusto disinteressato
schiavo di una prospettiva
fughe di strade le mie catene,
simboli
alberi a dipingere il mondo
serie su serie di
- Torna al tuo posto!-
- Torna al tuo posto!-
- Torna al tuo posto ! -
Atomi fin dentro il naso…
La pazzia
è del resto rimasta fino ad oggi un’utopia
probabilmente morta
nella luce trasversale d’uno sguardo
tutto è stato già detto come taciuto
la mia giornata è naturale scontatezza delle cose appena nate
naturale istinto di rifugio e simbolo
è ripiego di non detto
la mia giornata è un ragazzo che parla da solo
distratto.
È un qualcosa che non mi ricordo…>>
( si rannicchia tondo nello stomaco e traviato in un sospiro si rialliscia svelto,
entra in campo l’altra voce interno corpo
sullo sfondo un cielo storto
un sole piatto )
E allora io qui mi chiedo ma che vuole questo?
Che diavolo richiede il giovinotto caramelle vino e Lexotan camomilla caffè Seropram
aspirina stricnina dritta al fegato di topo, figlia di sapori e sguardo di lupo come cagna
spudorata che si gratta malamente il culo in terra…
E abbozzato mi rispondo:
<< Da
non hai mai sopportato il compulsivo dirti
il tuo unico ascoltare è l’ascoltarti
vedo i bruchi salutarmi di pupille tue
mentre
raramente ghiotto
in silenzio
fingo circumnavigazioni del tuo occhio >>
ma lui sordo riprendendo:
<< Mi ricordo che in un sogno riconobbi Magellano…
Fu pur sempre sfortunata nel suo vano farlo fuori l’isoletta dell’oceano
la sua gente nata morta di sprofondo dentr’agl’occhi
di quei strani nuovi bipedi
ricaduti all’orizzonte come mare giù dal cielo
io conobbi un galeone ammutinato
e gli dissi che a tribordo
sarei stato quello stronzo,
col coltello
…ma ora penso che sia inutile deviare
infiocchettare l’argomento
interessarci fintamente del discorso…
Lo sapevo !
lo sapevo !
lo sapevo !
(si graffiava la mia voce allora
urlando)
E lui avrebbe continuato
nel girare sempre intorno a quel discorso già trascorso
risentito
e sarebbe irrimediabilmente stato vano ogni intento e tentativo d’ordinarlo, quando d’amplesso
m’avrebbe risposto ( parlando di ragione e del suo dire)
<Non ho mai cercato un retro-occhio
l’ ho sempre posseduto.>>
…….
…
SOTTO LA RETE. SOPRA DUE CHE COPULANO - di Giulio Soro
Svegliatomi in un sudario imbrattato
uscito come da un bozzolo per disegnare tragitti e traiettorie
delle palle di cannone e dei petardi
che il lustrascarpe tiene annodati al collo.
Facinorosi tremulanti gesti inseguiti in metropollitane iatture
forse è il gesto che prelude l'inganno
e l'occhio che lo fortifica.
I sogni vanno in cancrena e le foglie morte inchiostrano cappotti di pelle.
Che sia vanagloria o prurito vicino all'inguine poco importa.
Ci sono massaggiatrici in abbondanza e parvenu seduti in sale d'attesa
aspettando medici inesistenti.
Ascensori si muovono orizzontali.
Cunicoli intrecciati con odorose terre e sacrileghe reliquie
vengono percorsi da uomini indefessi che carburano lentamente
ogni tanto espettorano per terra e sacramentano al buio
ma la lucerna che li guida è un uomo legato in un letto.
Mi metto di sotto e guardo.
Sento le molle cigolare di sotto.
Stridono e ridono con i denti di latta.
Ascolto il lento congiungersi di due sconosciuti e tengo la rete affinchè non mi schianti.
Dietro il paravento sta un assito lungo nove piedi
e ripieno di contumelie e scimiottamenti
ma dietro il padiglione della grande città
schiere squamate arrivano con il loro passo felpato.
Silenzio.Ascoltate.Non li sentite arrivare?
Pensate siano degli stronzi o degli assassini
ma sono secolari silenzi e cronache rose
scribacchiate su taccuini divelti da terre di battaglie.
Il sogno è il prodromo del tutto e del niente
ma il sogno ci annienta e ci ricrea
ci graffia e ci spella e magari ci scopa.
Sandali di sughero leggero vendono per scendere là sotto.
Ma non v'è niente là sotto che non si conosca
se non rumori un po' assordanti e stridii e urla e pianti.
Sopra il calpestìo delle allegre ragazze allevia gli sguardi degli annoiati giovanotti
ma non ne alleggerisce di certo i testicoli.