A cura di Alessandro Ansuini e Silvia Molesini
![]()
i figli belli
Officine Letterarie Ansuini
Rimbaud
Silvia Molesini
Smith & Laforgue
![]()
visitato *loading* volte
CREDITS
template @ Kira
OBBLIGANDOTI DENTRO ALLA PAGINA - di Xergio
(o di come accadde che il poeta
svenne in una certa notte
allo schienale comodo
del suo letto dolore)
*
- IL POETA -
Egli è solo una parte di lui
quella che non appartiene alle cose
sebbene ne soffra e ne goda
è l’occhio che osservando un cielo
ne immagina altri mille-
e sotto di essi i fantasmi
in labirintici movimenti
e in sentimenti fluorescenti
prevedibili come geometrie-
infine è la parte solo supposta
creduta - che nelle parole
può apparir dolce
ma inconsolabile.
Flebili linee di musica
come distrazioni a colmare l’aria
- trafiggono -
il poeta siede sul letto
con le gambe distese:
si fuma la notte
ne inala nell’attesa
l’angoscia-
in fili sottili
dalle mani tremanti
ricorda altre notti simili:
le tensioni sottopelle
le unghie sanguinanti
le contrastanti voci
il suo lento
inevitabile
logorarsi.
Come al solito siede
ma con gesto teatrale
lancia la sfida alla notte
- nell’unico modo che sa -
spegne la sigaretta al suo fianco
da terra raccoglie la penna
è minimo gesto
lacerazione immane d’equilibri.
- M’INTERMEZZO E PREMETTO -
Considerato il ruolo
e la postura inadatti,
il vizioso nonché universale
male di vivere -d’amare-
la volontà e la tenacia
infine
sarà naturale chiedersi
quale la reale importanza
- delle parole tutte -
o delle parole che seguiranno.
- AL POZZO: PRIMA VISUALE -
Stava sopra le teste
un cielo grigio immenso indicibile-
stavano alle nostre cieche spalle
metri su metri di caduta libera
giù - verso un’umida oscurità.
Seguendo flussi che sotterranei
muovevano da un anno almeno
da una vita - innumerevoli vite
oppure –se preferite–
da quel solo pomeriggio d’autunno
seguendo il flusso decise
che era giunto il momento.
Seduti sul bordo del pozzo
vibravano le nostre pelli
d’adolescenti ammaestrati:
seguivamo
in tempi e prescrizioni minute
ciò che narravano gli amici-
ma i nostri battiti no:
erano goffi e spontanei
seguivamo
con occhi di seta fragile
la danza nei riflessi di luce
- brillantina ora fra le foglie -
gli spostamenti impercettibili
dei busti e degli arti
dentro sudati corpi
che supplicavano fughe:
eravamo.
Fu in quel territorio d’autunno
seduti sul bordo del pozzo
che ci baciammo
- ricordo -
che nemmeno sotto casa
le nostre dita sapevano disgiungersi.
- IN NUMERO D’ANNI -
Eravamo
increduli delle sensazioni
che urlavano le giornate
incoscienti ed è ovvio
di ciò che ci avrebbe vissuto.
(solo in seguito le ritrattazioni
le invasioni moleste
del pensiero)
Eravamo
la parole che io ponevo sul grembo
che tu mi appoggiavi sul petto
e per esse -l’uno nell’altro-
potenziali sognanti d’amore
eravamo
timide nudità che si cercano-
quando ti si velarono gli occhi
nello scoprirti donna –
oramai nudità senza più paura
eravamo
spettinati nella libertà del vento-
con gli occhi abbandonati ovunque
e senza criterio sulle cose-
divertiti per nulla ci muovevamo
attendendo angoli dietro ai quali/
ma è solo un vuoto di frammenti
di quello che noi eravamo.
- IL POETA E’ NUDO -
In questa notte che preme
non altre parole –io non voglio–
per raccontare l’esplosione del noi
solo il nome di lei: Claudia.
Ma non altre parole.
Non riesco.
- ALTRA VISUALE DEL POZZO -
Nel tempo avevo poi capito
che le sarebbe occorso poco
una cosa da nulla – una proposizione
come una leggera oscillazione del corpo
o come voltarsi appena per osservare
l’ombra insignificante di qualcuno
come distendersi su pensieri
caldipelosi di altri da me
l’avevo capito con lucidità esatta
e con esatta consapevolezza
decisi ed ignorai.
Fu in quel territorio d’estate
seduti sul bordo del pozzo
che si lasciò cadere
e mi volle con sé.
- VERSO -
In sentimenti raggelati-
in fotogrammi
rallentati
gli occhi
di terrore
e rimpianto
fissavano
lo sprofondare
altrui-
verso il silenzio.
- IL SILENZIO -
Siamo stati soli.
Siamo stati sopra corpi
di cui non riconoscevamo l’odore.
Anche siamo stati intenti
ed infuriati –ossessionati si-
ad esigere dalle giornate
distrazioni scialbe di felicità
interferenze dolcissime per me.
Di noi è rimasto il ricordo viziato
un incontro come un drappo nero
e ripetuti insinceri saluti:
impersonali difese.
- SOLO IL NOME DI LEI -
Ed è bastato un nulla
l’odore salmastro della laguna
che riemergeva dalla memoria
stratificata - sorprendendoci
invece nelle narici della realtà
l’eco di una parola appoggiata
con calcolo - come una malattia:
la tua - e la mia paura riflessa.
Un nulla per ritrovarmi qua
a questionare: quale la vera forza
in questa torbida notte
che è di alcol a confluire
e di corpi ammassati
dell’occasione per il nostro ripararci
complice nei soli passi cadenzati
lenti l’uno a fianco all’altro
- com’era solito -
che è territorio indiscusso de-
i tuoi occhi –ancora-
i tuoi occhi –ed ancora-
i tuoi occhi –e per sempre-
i tuoi occhi
i tuoi occhi
i tuoi occhi
i tuoi occhi
dentro ai quali ho riposato e viaggiato,
dentro ai quali oso dire:
io ho amato.
Quale la vera forza
fra il perseverare nell’edificare
costellazioni fragili di gratificazioni
e l’abbandonarsi al terrore che pulsa
e folle calamita -inesorabile lieve-
le mani incapaci e quel che io sono
accasciato con lo sguardo oltre il tuo.
(ma dall’insolita posizione
poco fa guardavi altrove
non mi vedevi -ai tuoi piedi-
riposare sulla tua distrazione
che salvifica allontana la scelta
nel tempo - la depone)
Posso dire ti ho amato
- e solo le tue orecchie -
forse
potrò parlarti
del terrore che provo
nel volerti contr’ogni mia volontà.
- CONTR’OGNI MIA VOLONTA’ -
E’ su quest’ultimo assurdo verso
che il poeta sviene-
il poeta è vuoto.
Rimane lui - a vegliarlo paterno
a domandarsi nell’oscurità
della notte insonne:
credeva forse
di poterla imprigionare
sulla superficie piatta
insignificante
di una pagina?
Rimango io - a ridere in segreto
dell’assurdo verso finale
a ghignare circa me stesso.
da: (IN ITINERE) WEDDING PLAN - di Rossella Dimichina
alla fine di tutti i tetti noi come pipistrelli
ancorati a cercare il nostro cielo tra le lingue di un parquet chiaro
che a guardarlo ci scivolavano gli occhi
come giochi di bambini
vivevi con le ginocchia sbucciate in descrizione di un movimento
giungemmo in una mansarda con la pacatezza irrisolta delle preghiere alla sera
nelle ore vespertine sapevamo consolare le luci mandate a morire come martiri
noi stavamo svegli per la notte - con il mio corpo ti onoro – perché
le avanches di dio a dormire con lui (nel letto serico del cielo quando è buio)
capitolavano tra questo o quel vicolo, i capezzoli di Praga
per noi sposi allattati