A cura di Alessandro Ansuini e Silvia Molesini
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i figli belli
Officine Letterarie Ansuini
Rimbaud
Silvia Molesini
Smith & Laforgue
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CREDITS
template @ Kira
Amore mio, non avere panico. Sono qui.
ESCATOLOGIA DI DUE AMANTI IN CINQUE QUADRI
UNO (polittico) - Prima di me corsero gli dèi sotto questi archi minuti.
I
Sullo sfondo di un letto la mano artiglia le pieghe cutanee del ventre di una donna rannicchiata.
Prima di te corsero gli dèi sotto questi archi minuti.
“Amami per la ferocia con cui ti amo
e raccontami ancora della maga che
ti regalò il tavolo su cui incise
le rune zodiacali. Je te remercie, I thank you
modeh ani lifonekhon, le avrai detto”. Grazie.
I gemelli sono intagliati durevoli nelle mie viscere,
gemelli alle falcate di un fauno. Grazie.
Mi pare di vederti, sommesso nei tuoi capelli d'acanto
angelo mio corinzio
mentre la primavera fuori
diafana e velenosa come una medusa
ci dà un leggerissimo ribrezzo.
Il vespro è una ceralacca rossa
a breve una luna mestruale siglerà i corpi già adusti.
Ti lascerò i sigilli delle mie unghie sul collo
stanotte
- quando tornai a casa coi tuoi colpi di reni dentro la bocca ancora aperta -
ti guarderai allo specchio e penserai che sono matrici di rogo
- o detriti di more.
Prima di me corsero gli dèi sotto quegli archi minuti.
Dopo di te solo gli dèi sveneranno di radici il mio parto,
ma stanchi di fatica precipiteranno in un fosso d’ortiche.
II
Io penso sempre che i morituri contraggono la luce di venere
poi saranno colombe nuotanti in salsa di cenere
e so di ossa marine sepolte
e so che ogni mare è un insieme di tumuli.
Esistettero anche per me
erano liquori improbi ma ne bevvi ugualmente
erano fucine turchine di flutti
erano una querelle di verghe ronzanti.
Ogni mentore uxorio
ha il suo equo trionfo
e tu
III
ma tu hai tenere funi e adescamenti lontani
e sempre falcianti che stringo nelle mani;
saprò con queste stigmate nei palmi e nel talamo
plaudere ai tuoi gatti acrilici
e ungere uccelli di combattenti
senza che ti si macchi la sorte
senza che ti si imbratti la tela.
Che io possa menare ai tuoi nervi carmini
un ramo d'olivo
odoroso delle mie vesti staminali
e immesse laudi
come pomice su tempere
possano raggrumarmi e
avere dominio della mia cervice superba
poiché ogni avvento discende dall’evento di te.
IV
La spoliazione porta santi negli alvei delle vergini, dura anni
e partorii anni con viso molle di clematide.
Adesso è ingrediente puro, questo segreto
odierna linfa sonnolenta si versa in pacate colonne
la tua causa è un nerbo incenerito
uno iato tra femmina e armi
puoi tenermi, sii lieve,
come un piatto d’avena
un teatro d’arena
un letto di lana
mio ministro d’ombre
mio committente
io mordo ebano
io copulo coi naufraghi.
DUE - In nostra vece traslitterata (ovvero gli amanti quadrupedi)
Alla vigilia di ogni tuo bacio procedo
al lume di una candela
alla ricerca in tutta la tua carne del possesso
di me.
Dopo il tramonto mi educo alla pulizia
del tuo corpo con precetti
di congiunzione. Considerandoti terra,
tu leviti di cibo e io ti mieto il grano
sgrasso lo sgombro e apparecchio il desco sul tuo
petto deterso di mio aceto.
L’ambiente è sano, abbiamo sparso
pezzi di pane per casa e pozze
di vino dentro piatti bianchi disseminati sul pavimento
e il vino evaporerà solo al mattino.
Il tuo seme insaporisce il sedano
interrato nel mio ventre d’argilla.
In segno di servitù bevo solo liquidi salati
e del vino annuso il colore.
Non lascio alla tua devozione il tempo di fermentare,
trotto precipitosa nella fornace del rapimento
mentre tu, mio amore azzimo,
affetti i germogli del sacrificio.
Mi inchino in ginocchio davanti alle tue ossa
insufflate di liriche nordeuropee
sei terra allontanata al mare e ora
nel lambirti ti sottraggo ai gomiti
su cui, libero, ti distendevi.
Ti si forma il seno
e lì peregrino fino a raggiungere
il tempio della redenzione dove
moltiplicherò per te il mio isolamento.
Gemo al piacere dell’afflizione,
io sono tua, io e non altre.
Davanti ai tuoi occhi mozzo le mie
zampe piagate, tu sanale con erbe amare
e liberami dai miei mali.
Alla terra prometto la separazione
tu monte ariete io collina agnello
usciamo dall’Egitto, balzando su spazi
di genia pura
e la discendenza è il mattino
illegittimo e innocente.
TRE - Non piangere
Sento che stai per piangere
Un costa di febbri ti attraversa il ventre.
Bevi le gemme dell’acqua a te offerta.
Il primo ingrediente dei sacerdoti è l’acqua
la stessa acqua impura del principio
che porti dentro, nel tuo antro trionfante.
Temi ricorrenti in cui ci imbattiamo:
colori critica costruttiva semplicità.
Congiungiamoci le mani
lascia aperto il tuo palmo,
devoto, dedicato. Resta pallida
a propagare luce di illusione mattutina.
Mia promessa, torre bianca
chi scrive di noi ci sposa,
ci testimonia, ci unge. Non ci crea.
La nostra dottrina di carminio
è passione eviscerata dalle tue febbri
la nostra idea di colore
è lavare la terra da silicee critiche
la nostra idea di semplicità è Orgia.
Non fare che la semplicità succeda durante il nostro regno.
Mio Agnello mistico
poggia il tuo piccolo piede infiammato
su questo sepolcro inasprito.
Non siamo che diaconi, istituiti a raccogliere offerte,
tu della vita Io della morte. Mutismo?
No, eloquio di vigne laconiche, grinzose
schiuse all’effimero.
La nostra idea di costruzione è squamare carne azzurra
da scorze azzurre.
Chi ci ritrae non scuote i nostri drappi carnosi
ma la memoria del ragno che li ha tessuti
ma la memoria dello sguardo che ha plasmato il ragno
ma la memoria del buio su cui si è aperto lo sguardo.
Non abbiamo nemici
né ferri tratti in coro a difendere la nostra intimità.
Né un notaio che sigilla i nostri beni condivisi.
Abbiamo calici, cani accucciati ai nostri piedi,
sereni in questa cappella artefatta in cornice.
Questa è la nostra libertà
non essere figli di alcuno
ma imeni ingioiellati di specchi
convessi che ci comprimono
da dietro
nei desideri dello spettatore.
QUATTRO - Parusia in forma di fellatio
Leccare aculei di roccia ed essere solo ciò che senti
un piccolo circolo di bocca che scorre lungo le tue invocazioni
e avere atteso il tramonto che ti svestisse di luce
che ti rivelasse la carne
- il buio è una maschera
poi giungeranno le parole
che sono pulegge e veleggiare di ciglia.
Divenire granchio, parafrasi di sopravvivenza
- qualcosa dentro è già risorto
e non è una teoria ottica, sei tu nel buio-
e inerpicarsi sulla tua trepidazione
incagliarsi nell’armonia dell’impazienza
chinarsi su un bozzolo di respiri districati
scavare dentro le scosse del mare
ammalarsi sotto le tue mani di vento
che scortano le labbra e le mostrano guglie di sangue.
Divenire luna, filtro di immagini
- e dicevi che non t’intendi di pittura
baciare a lungo è già dipingere -
planare su novene aspirate
remigare alle ascensioni di un’orifiamma
che è come varcare recessi
e spiare inquietudini vaporose
azzannare un circolo di mani e trovare un circolo di cibo
disposto a monte come un cucchiaio di misteri.
CINQUE - Funzione di me e di te* su una terrazza bianca con gabbie e uccelli.
Così staccati dal suolo siamo un diadema
su macerie di guerra. E così,
occhi grigi negli occhi versati alla luce
pazienza dentro minimi petti,
guardiamo negli occhi uccelli divertiti con becchi
d’ogni foggia e strane grida acute, risalite.
Bizzarra familiarizzazione.
Così poggiati su tensione di polpastrelli
toccheremo scimmie e seni, urina e febbre,
vagabondi e avvocati
una pancia guarita e un cuore ricreato
rotondo. Soprannaturale è volere la vita
e le sue immense morti e le sue notti
con spade inique e assetate.
Volerla tutta.
Soprannaturale è il costo per volerci
per vedere la luce dell’alba a gambe strette in questa terrazza
che è un bacino aperto, l’istmo del nostro incesto.
*Tu, che hai addosso la mia stessa meravigliosa fatica dell'accoppiarsi a distanza.
Così mutati in urlo congiungeremo figli
a padri, e mariti a mogli
concederemo tempo d’approdo a uno spazio
che è stato finora – prima di noi due in calco -
solo romitaggio di irrappresentabili totem.
Da un uovo rotto con le nostre metà mani
cola giù il caldo sole del giorno.
Su sabbia di meridione il primo uccello muore nella sua gabbia.
Con suggestione carnale liberiamo i nostri, senza duelli né platee.
Volteggiano, gli uccelli, scavano il cielo
e le sue tempie pallide
e beccheggiano con monotona sonorità
la nostra unica solitudine sovrapposta.