venerdì, ottobre 14, 2005
ENTROTERRA & C. di Rossella Valentino
Humus
Il primoverso è un giallo di placenta
riflette soltanto ricordi dispiegati
e nuvole sazie e molli come pasta.
La biscia è un lungomare di pietra offesa.
Il modo dei graffi sulla mani sembra posa.
Giallo
Per voi s’intona in giallo la poesia
che è la mia parte di scheletro pensosa
e di utensili di viaggio devo far uso
per sgombrarmi da lei, sassosa
e di grotte di spiaggia fina per coprirla
e di minute dita per non inumarla sfusa.
Candore
Non riuscire a rendere la luna un lago
né sul suo orlo sognare monete d’oro
e radici di felicità: candori.
Così mi guarda dio felice, patetico,
e per quel tanto che il mio lamento
fa largo ai suoi piedi
- e che la cagna si discosta dal destino
per non offendere lui, festoso
dal collo triste e assonnato –
gli sono comunque grata.
Sole
Spetalare raggi di sole vorticante
e un filo rosso ombra sulla lingua.
Ai bordi delle scarpe cresce un blu smodato
Battaglie e vino sono fissi nello sputo
Il gomitolo d’oppio sbenda verde
la lavanda arrotata infiora il filo della sposa.
Case
Seppellito il gesso della luna che spaccava
i piedi in marmo sghimbescio,
lascio la stanza divisa con latte e zecche.
La strada per la stazione è una trachea
arti di case vanno via,
e del resto va via tutto
anche i calchi delle tasche e le cortecce.
Entroterra
Un magrissimo viola mi scorda l’incanto
della rondine e rompe l’aria di fagioli e fumo.
Pedalate fiacche, branchi di ombrelli neri,
spine di muffa su padri accartocciati
non so se posso dire, vedo.
Dal treno la pioggia mi pare vegetale di deserto
ed io giglio ottuso di fustagno sudo olio di spago.
Il tramonto si fa pesco, che il sole
come un seno, non ce la fa a marcire.
Lambita la luce diviene rosa.
Pozzo
Sì che dai polsi bacio le tragiche risacche
del sangue e le vele screpolate
dei ginocchi. Come una volta mia madre.
Bianca sei muta ninfa e lucciola di città,
curva piana rasoterra
lucertola imbrattata di pozzo,
sindone increspata, voce molle dell’acquaio
smagliata su un’ardente domenica.
Polveri
Sabbia bruna di tonsille secche
sozze di inestimabili echi,
e se guardo oltre la superficie attaccata agli occhi
al di là delle ceneri, al di là del vento
appare un mulino bianco di farina e perle.
Mi dà duri biscotti come chiodi
è la sua carità per me,
li tiene su un cantone che s’apre
come eufonia sviante di cielo
e li vado piano a pigliare.
Un entroterra è socchiuso nel bilico del viaggio.
Rosso
Musica dei ferri, moscata neve maliziosa,
un parallelepipedo di rossi
m’incaglia in orditi di specchi. Versante.
Rossa è la lucciola del cielo livido.
trascritto da ansuini
06:11 •
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