venerdì, giugno 27, 2008
Odisseo - di Chiara Araldi
Questa sera ha il profumo della mia adolescenza
Bagnato di fumo e di pioggia di febbraio
Quando le cose assumono i colori più indegni
E le gravidanze sono solo una speranza chiusa
Nei semi seppelliti
I miei ricordi sono tutti in bianco e in nero
Come una vecchia,
Come se fossi un platano di mille anni
A cui non rimangono che gli odori delle capre
E le vendemmie tardive,
Sangue fiocca dalle labbra come miele denso
E non per i pugni presi
Ma per mezzi figli, a decomporsi nel cotone.
C’è qualcosa di dolce, di terribile e dolce
Come la luce rossa che esplode nel mezzogiorno infuocato
Di un estate piovosa,
i temporali in lontananza che si congedano ed insieme
già stanno arrivando
con i tuoni forti che rompono il silenzio e spaventano le mucche
che spaventavano me prima che fossi qui
dove la violenza è un mezzo e non un’immagine in due dimensioni,
le montagne sbattono ruvide contro il cielo
e quando non franano
sorridono benigne
dalla nostra camera da letto.
Quando ero piccina mia nonna mi parlava di gente morta e forse
Mai esistita, di cantautori ciechi e di poeti con le lance
Di tracotanti e di dei
Ed io ascoltavo, spalancando i sensi.
Più di tutti il multiforme ingegno rimaneva incastonato nelle lenzuola
Di lino puro
Mentre sul soffitto della camera dove trent’anni prima sospirava mia madre
Vedevo le gesta contorcersi nei mari tumultuosi,
vedevo lui spalancato alla conoscenza e al mondo emerso,
vagare e vagare e vagare e solo ad intermittenza ricordarsi di lei,
sotto assedio, incastrata nelle sue trame di donna
ad aspettare.
Non per Ettore fedele e suicida, non per Achille palestrato e frocio,
non un sospiro per loro mai.
Ma per Ulisse.
Le rughe maschili del mio collo già incontravano la quarta di seno
e forse sapevo, già allora, che non avrei avuto scampo
riducendomi a scappare
scappare per sempre.
C’è un momento nella vita di ognuno,
un solido attimo di verità
in cui tutti scegliamo la nostra morte,
ed il destino da condurre prima di lei.
La mia matita è temperata
Sulla confusione dei sessi.
Quindi aspetto, sono sola e aspetto
Ti
Lontano, dove il cielo è solo un ritaglio tra i condomini
A parlare con bocche che non sono la mia
A guardare in occhi in cui non ti specchi
Ed ho cercato in fondo all’anima
Un posto che sia mio
Ed ovviamente ho trovato lei
Che non ha cuore
Ma respiri dalle viscere.
Cammino nella mia piccola
Casa vuota
Mentre i vestiti delle barbie dimenticati sul pavimento
Si incollano sotto le piante
Dei miei gelidi piedi silenziosi
Ho chiesto aiuto allo spirito di tutto
Ed è arrivato
Per ricordarci dell’antico adagio
“niente importa, fuori della domanda”
Io l’ho fatta e sono stata ascoltata
Da chi può capirmi, senza consolare.
Dalla finestra spalancata entra il freddo della notte
Che mi incorona la fronte come una speranza,
io
la regina delle madri insonni
che non ho tempo
ma lo spreco comunque.
trascritto da ansuini
01:23 •
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