A cura di Alessandro Ansuini e Silvia Molesini

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sabato, dicembre 27, 2008


Parlami terra, fammi sentire la tua voce        di Rossella Valentino

 


I
L'ultima bellezza, una colazione tra le vergini.
Le capre tra le viti, e la primavera è un sisma,
gemere e fuggire l'uva bianca. Togliermi la multiformità,
e l'esperimento celestiale di cercare la morte.
ò esclamazione sanguinante; è quasi trappola,
il modo latteo dei sospiri.
Mi siedo a cenare anche se non ceno,
comincio col leccarmi le ginocchia, poi mi mangio.

II
Sono seduta di fronte a mia madre.
Ha gli occhi arrossati, è stata dal medico.
Lì le hanno detto che è morto.
Aveva 55 anni, era dolce e lento. Sorrideva spesso.

Mentre lei parla continuo a mangiare la mia insalata
come arriva l'inverno tra un boccone e l'altro.

“Dove sta andando?”, chiede la portinaia.
La donna anziana pensa “ma come, non mi riconosce più?”,
e risponde: “Dal dottore”.
“Il dottore non c'è più, ci ha lasciati il 7 settembre”.

Si chiamava Stefano. E la pioggia trancia il fatto.
L'acqua, la goccia, l'ombrello grande.
La mamma torna a casa violetta.
Quasi s'incappuccia; il vento ringhia, il suo pensiero
suona bruno, pazzo, cadendo
la vela gialla è lampo.

*

Voi non cercate il centro!
Lo segnate il centro? No!
Cercate un albero, un palo, una pietra!

(Pasolini, Medea agli Argonauti)

III
Quale parte di questo corpo recita la mia scrittura?
Dove trovare le radici? Nella connivenza tra la semplice
confessione e lo scompiglio dei nervi? Nel sesso che rompe
le cuciture tra dita e ghiandole. Nelle mani da puledra,
nei capelli a cinghia quando legati (e stridenti, meticci
di giorno - nelle zone nere del sole)?
Lontano dal mondo e vicino alle labbra la cui presenza
dice presenza dei bordi scuri?
Il credibile rende impossibile una divisione qualunque.
L'incredibile scinde il perpetuo della voce, il centimetro
di pelle è passione, la cute intera è cocaina;
la memoria di un viso è trasformazione.
Solo pelle nella scrittura: tutti i giorni fa, e tutte le ore.
Non la vedo, mi riparo nella donna che fuma.
La predizione è una prospettiva nella direzione dei testimoni.
La terra abbaglia, ha lame fini da radere o da taglio,
è la figurazione di maggio.

IV
E quando dico divisione
intendo la sezione dei movimenti, quelli fermi senza energia
e quelli della voce modulata per dire “non lo so”.
E quelli che affiorano tra un orecchino e un lobo.
Un diamante – fermo – nella gola
e il vento che s'abbatte sui marinai
e sulla loro avventura quando videro i cavalli
scivolare lungo una costa di anice, profumata,
e poi intrattenersi alti, speronati dall'aria.
Incredibile la carne viola delle promesse,
io l'ho sentita pronunciare dio e le sirene
proprio nella pelle senza inchiostro
quella dove la scrittura si strappa
come un idolo ribelle
e l'erotismo scompare dalla scena.
Il mio assassino fa una pausa per guardarsi nello
specchio, un istante nella sua divisione.
Sia benedetto l'assassino
la cui passione ci dividerà.

V
Il bambino vomita sempre quando non mangia da molto tempo.
Bisogna strofinargli le tempie e le mani con sale e aceto e mettergli un panno caldo di lana sullo stomaco. Il fuoco gli arde vicino adesso che riposa.
Il fumo risale verso il tetto, tremolante.
La cenere ricade sui capelli biondi, il rosmarino nella bocca onesta.
Chiede di andare da barca, gli piacciono le barche che attraversano il fiume.
I vecchi lenti, dall'odore, dalle ondulazioni. Il pontile sporco e umido. È quasi mattina e il sole scalda già il legno. La barca trascorre sul fiume in direzione di casa.
Grilli, tacete
edera, arresta i tuoi grovigli
deserto lontano, ghiacciati
grandiosità cadenti, sospendetevi
acqua, smetti di ispezionare terre e cose
frutta, divieni resina.
Parlami terra, fammi sentire la tua voce. Adesso che i miei piedi non poggiano, ora che ti guardo con la distanza del reale. Essere contro essere.


VI
Quale parte di questo mio corpo nasconde la scrittura?
Un inguine roseamente balenato.
La miniatura delle ciglia increspate.
La bocca aperta in una forma onesta,
o la quiete che mi unisce le labbra, il suono dolce
del sonno?
Le streghe hanno fame, dice la mia amica Jolanda,
anche mentre il suo cane muore e noi siamo riunite sulla montagna,
conniventi e ciecamente i corpi si sviluppano l'uno nell'altro.
Lo dico come esempio di roccia o di matrice,
come la virilità del giovane cugino che è sempre il primo pompino
della nostra vita,
e come la marea di fede in primavera che diventa fango crudele
o macilento, alle volte. E così seppelliamo il cane nel fango
e adesso calmati, mettiti di profilo, monologa teneramente.
Parlaci terra, facci sentire la tua voce.
Tutto quello che abbiamo vissuto si sovrappone in un
breve momento di dolore. Siamo scosse e corriamo, ma
senza cercare poiché a tutto si deve arrivare adesso.
Queste donne non abbiamo più tempo di andare,
il ritmo è accelerato, sedute ai due lati di un piccolo tavolo.
Stare ferme o muoversi? Divergiamo sempre nelle risposte.

VII
Grido.
Grido con cose che sono avvenute nel mondo.
Ho dimenticato gli slip nella valigia di un uomo ubriaco.
Che dirà domani? Qualcosa inventerà, il giovane biondo.
La musica della vita è colorata, si gira caldo nella propria
colazione, osserva il suolo pensieroso, fa un discorso basso
allo sconosciuto che commenta le cose che sono
avvenute nel mondo.
Mi disamo; aveva mani piccole, eppure mi sono lasciata toccare.

VIII
Senza la conoscenza, sono un'infermiera russa.
Moralmente è necessario.

IX
“Ma come è morto, mamma?”
“Aveva un cancro, ma sembrava migliorato. E comunque, appena
una settimana fa era, come al solito, a far visite”.
“Non pensiamoci più mamma, smetti di piangere adesso”
“E' un dispiacere vero”
“Lo so”
“Che pensi?”
“Non so. Sembra tutto così etereo”.

X

(Erwin Olaf)

 

dal sito di Rossella Valentino

trascritto da molesini 03:14commenti

 

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