A cura di Alessandro Ansuini e Silvia Molesini

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martedì, gennaio 09, 2007

L'amico socialista

Abita qui ancora in subaffitto quel tale che una sera d'agosto
che il cielo era basso lì lì per cadere spiovendo
nei bicchieri succhiati, nei fossi, e che diceva: "la civiltà
è un paradosso, e basta"?

amarezza e confusione producendo
indicibili sul tavolo dei registri battesimali,
aveva avariato vagamente i suoi cognomi e i connotati;

e pochi conoscevano a fondo la carnale profondità
delle sue parole colorate dall'ignoranza,
e io l'ho in mente ancora dopo tanto moto di anni, e fino

ricordo il dondolo della pallina di vetro nel collo
della gazosa, un verde smerigliato, chiaro:
era un uomo che aveva sete di gazose e squinzani

la sera del sabato di agosto che il cielo mollo mollo
era basso e faceva un soffoco tremendo, un grande vomito,
anche a tirar su le maniche di albene fino al gomito:

quel tale che andava misurando la piazza
nel vortice tenero viola delle case lì intorno
con la corda d'attaccare il bucato la moglie, e contare
così su per giù i salari, e le sere cadute nel volo delle sere...

e io per me mi tengo in mente la mimosa estasiata nel giardino
della canonica, che mugolava vedendosi nell'orlo del fossato
tremare e la vasca solitaria abitata dal freschetto,
i fiori blu accesi del salnitro in fondo alla cisterna; il rubinetto:

ora, in segreto, alla rinfusa, il vino degli uomini fermenta
per una sera estrema in cui le trombe alte in mezzo al rosso
parapiglia sveglieranno gli ignoti e il rimorso delle opere inutili;

così che quando uno adesso si addormenta nel mugghio
invernale che odora, con in bocca noccioli di prugne o liquerizia
o cicca americana, senza aver finito di guardare la sevizia

degli affitti, una forbice arrotata
gli branca la rotella del ginocchio, e tric,
un taglio, o questa cartilagine qui all'orecchio.

Ma lui non ha potuto sentir bene quella volta che venivo
a bussare alla sua porta perché il tuono di tutta l'Europa
confondeva e cieli e piazze e giardinaggi senza pietà,

mi bagnava le nocche, e il vento urlando
saltava qua e là come una bestiola disperata,
e io dovevo scappare alla svelta per paura

di restar lì come quello dei fichi a prendere ancora la pioggia
e tuono, e altro, dentro le giunture o i buchi
o nei poveri stracci del polmone... E di là dalla porta

venivano bocconi di una musica imprecisa, danneggiatissima,
dietro le spalle le montagne stavano per spegnersi
e sparire, e dovevo andar via, e tu dirai:

"beh, ma che c'entra tutto questo?"; eh, se c'entra!

Perché insieme io e lui noi due andare potremmo a trar respiro
dalla grigia profondità delle nazioni e delle terre
altrui, e ormai di tutti, ad annusare il fiato

nella filitura che connette notte e giorno; del filo d'erba
che vuoi crescere sollevando il pietrame che lo pigia;
o qualche cosa di più grande ancora che vallate
e prati e piazze e nazioni e cateratte: il temporale!

Emilio Villa, da www.vicoacitillo.it/poeti/villa/bio.htm

 

trascritto da molesini 05:12commenti (1)

 

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