A cura di Alessandro Ansuini e Silvia Molesini

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domenica, febbraio 11, 2007

Annusando certe crepe dell’estate  

Non fu fuoco sulla faccia


forse solo terra dura

 
crivellata

 
sotto il peso della vita 

 
dell’ “Avanti!” dell’erbetta… 

 
Dolci visi angeli morti

 
grossi rospi intermittenti

 
mai del tutto seppelliti tra i tendaggi

 
-- tutto un mondo in piccoli particolari --

 
costole di cani

 

infiniti lunghi spettri

 
luminosi di corolle e fiori informi

 
incagliati per scurire i tuoi ricordi grano e luce in un colore.

(le due cose stanno sempre insieme)

 

... 

 
Per aria al mercato…

 
Un inferno di grucce e stoffe…

 
Fruttivendoli poco commossi per il calore dei pomodori…

 
Passeggiavi…

 


E sfocava l’avvinghiarsi sessuato delle voci

 
pietre grosse troppo leste a sbriciolarsi

 
se il tuo dito se n’andava alla ricerca di qualcosa che piacesse

 
se s’apriva luminoso il paradiso in un momento principale

 
e saltava

 
luccicante

 
subitanea si squarciava la città.    


... 

 
Tutt’ignari dei pericoli i volatili ci sembrarono i più vivi

 
voli viola a capofitto scuri

 
volteggiando

 
negli sforzi delle nuvole e nel sole

 
e col fuoco del fornello dopo acceso azzurro in quel bel giorno

 
facevamo le scarpette lungo i fondi delle pentole

 
dimenticando tutti calce viva e piedi sporchi

 
l’altrui colore sempre più lucente

 
denti bianchi sani e forti

 
e un’altra nota non poco importante

 
il nostro essere incantata inconsapevolezza

 
il nostro buon funzionamento umano.

 

 

...

 

Dovette piovere molto sul clima indorato di quei giorni

 
ci muovemmo mosche negli occhi

 
fessi

 
caldi dentro ad illuminazioni e soli assenti

 
decapitati nelle intenzioni delle luci

 
e alcuni giacevano morti

 
e un morto canticchiava fra sé e sé.

 

 
Non si capiva il vespro

 
l’accecarsi nella luce attonita

 
il nero invadente sotto gli ombrelli nel sapore dorato dei corpi

 
dei sogni rubati ad immaginazione dalle menti degli altri

 
non s’avvertiva che poco quel sale sugli occhi

 
la vaga sensazione erotica

 
di madri felici cullando cullando fagotti di figli inesistenti

 
ma a noi la materialità non importava

 
la luce falsa

 
profeti indossammo del tutto anche noi i nostri occhiali fumé

 
e ancora nel sole altri corpi

 
cumuli di mani nel sudore nudo dei petti 

 
agnizioni squarciate di brevi momenti percossi

 
i figli dei figli dei figli giocavano ai morti

 
e un cane canticchiava fra sé e sé.

 

...

Moriva

 
da lontano

 
l’abc sulle lavagne sporche…

 
Nient’altro che improbabili insettini piccoli                                        

obbligati dall’invidia dei palazzi

 
perdemmo in pochi giorni il nostro onore

 
tra i giochi dei quattro cantoni.

 
Furono grandi risate come tagliole accecanti

 
e non ci impressionarono i cazzi puzzolenti dei soldati

 
le nostre donne bionde di menzogne e pastarelle

 
in ogni via il trionfo della gioventù splendente  

 
un peso perdifiato come d’allitterazioni collettive

 
e se n’andava via la grigia marcia eterna

 
l’esercito raggiante di uomini stracciati nella polvere

 
così innescammo ancora e quindi l’emozioni nostre

 
incinte di coriandoli e bombette.

 
Scontato un mio compare riteneva fossero soltanto favole

 
e seguitava a noia l’infinito delle trame e le sue ciarle

 

e a noi non importava niente

 
e alcuni giacevano morti

 
e un morto canticchiava fra sé e sé.

 

Fabrizio Pittalis, da fabriziopittalis.splinder.com

trascritto da molesini 02:13commenti (1)

 

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